Il Mistero della Pietra Azzurra
La Resurrezione di Atlantide
*
By Antares
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Ringrazia
il cielo che mi avete legato, altrimenti ti avrei ammazzato con
le mie stesse mani! Jean non ricevette un trattamento
migliore: gli fu tirato un pugno, quale intimazione ad osservare
il silenzio. Il capo osservò larma, tastandola dal calcio
alla punta della canna. Le sue dita, tozze e callose, davano lidea
di poter schiacciare il metallo di cui essa era composta.
Inaspettatamente, luomo la impugnò a dovere, e conficcò
la bocca dellarma nello stomaco di Jean. Egli sudava
freddo. Tutto si aspettava, meno che quellindigeno sapesse
maneggiare un fucile. Difatti, non era così. Laveva messo
in posizione orizzontale solo per puro caso, forse pensando che
quella fosse una specie di lancia. Vedendo che il corpo del
ragazzo non ne era perforato, pensò bene di scagliargliela con
forza sul cranio. Jean urlò distintamente di dolore. Ciò
moltiplicava i singhiozzi di Nadia.
Jean!
la ragazza si disperava, cercando di sfuggire alluomo che
la teneva stretta. Vedeva che dalla testa dellamico
sgorgava un rivolo di sangue, e che questa si era accasciata su
un lato, senza dare segni di ripresa.
Jean!
Non
preoccuparti, Nadia. Sto
bene. Jean aprì gli occhi,
senza però risollevare la testa. Luomo di fronte a lui
impartì un ordine nella sua lingua. Gli venne portata una
ciotola, con uno strano liquido rossastro, particolarmente denso.
Luomo vi intinse un dito, per poi tracciare con esso dei
segni sul torace di Jean. Quelle che per il ragazzo apparivano
come semplici linee e croci dovevano avere un preciso significato
rituale. Infatti, appena lopera fu finita il capo fece
tuonare un grido dalla propria ugola taurina, sentendo il quale
le persone presenti chinarono la testa e si toccarono la fronte
con una mano. Jean aveva un orrendo sospetto. Aveva sentito
parlare in precedenza di pratiche simili, tutte avvolte dallo
stesso alone di raccapriccio e di mistero. Tutte indicate
collettivamente con lo stesso nome: sacrifici umani. La piccola
folla, come si era radunata, così si disperse nelle prospicienti
capanne, portandosi dietro Nadia. Per tutto il pomeriggio Jean
diede fondo alla sua voce, per mettere in guardia la ragazza.
Ripeteva in continuazione la conclusione a cui era arrivato, che
lo avrebbero ucciso presto, e che doveva scappare al più presto.
Nadia, stretta in un angolo di una sporca capanna, si tappava le
orecchie. Non voleva sentire.
No,
stupido. Io non ti lascio. Non ti lascio. Non ti lascio
Il giorno passò
nellapatia completa. Jean, terminate le energie per urlare,
cercava di riposarsi in piedi, alla maniera dei cavalli. Quando
la sera calò, le casupole si svuotarono. Tutto il villaggio si
riversò nella minuscola piazza, per assistere a quella che si
programmava come unesecuzione. A pochi passi da lui, era
stato acceso un fuoco. Gli uomini si disegnarono sul corpo delle
linee bianche, precisamente sulle braccia, sui pettorali e sulle
guance. Ornate le teste con piume brune, cominciarono a danzare
vorticosamente attorno alla fiamma. Le donne, nel frattempo,
disponevano delle sterpaglie attorno al tronco di Jean. Lo
guardavano, e ridevano mostrando i vuoti nei denti. Ne veniva
fuori un ghigno maleaugurante.
Nadia! Ti
ho detto di scappare! Muoviti!
No! Io da
qui non me ne vado senza di te.
Non puoi
fare niente! Scappa, ti dico, scappa!
Nadia fu
spronata da questultima esortazione, ma a fare tutto lopposto.
Si liberò delluomo che la controllava con una veloce e
imprevista gomitata nello stomaco. Scattò verso lamico
senza pensarci su. Le donne, stupite, fecero il vuoto attorno a
lui. La sua corsa si fermò prima, quando uno dei danzatori la
colpì al collo, tenendo il braccio teso e sfruttando il suo
stesso impeto. Una volta a terra, la ragazza ricevette anche un
calcio, che la fece rotolare. Jean aveva completamente perso la
ragione. Era lì lì per spezzare i legacci che lo tenevano
prigioniero. La rabbia si mutò in paura quando il capo villaggio
pose fine alla danza e fece scintillare alla luce delle fiamme
una triangolare lama di selce. Primitiva, ma non per questo meno
tagliente. Guardò Nadia. Era sdraiata a terra, adagiata su un
fianco, con la faccia nellaltra direzione.
Meglio
così, pensò, almeno non mi vedrà morire.
Chinò il capo.
Aspettava il freddo bacio della lama sul petto. Luomo la
fece balenare in alto, pronto a scagliarla nelle carni del
giovane. Sentì uno sparo. Rialzò la testa, credendo che
qualcuno avesse inavvertitamente fatto partire un colpo dal suo
fucile. Il capo era con la schiena inarcata allindietro:
allaltezza del cuore aveva un foro largo quanto un pollice.
A quello sparo ne seguirono altri, che falcidiarono gli uomini
scagliatisi a vendicarlo. In breve tempo, le donne e i bambini
raggiunsero i ripari nella vicina macchia boschiva, mentre i
misteriosi salvatori si avvicinavano. Jean non riusciva a
distinguerli, privo degli occhiali. Erano tre o quattro persone,
questo riusciva a decifrarlo. Una di queste lo raggiunse,
raccolse gli occhiali a terra e glieli inforcò.
Jean, sei
proprio uno stronzo. Al giorno doggi tutti gli zulu
fanno i camerieri o i cocchieri nelle case dei padroni bianchi, e
tu che fai? Vai a trovare lunico villaggio ancora allo
stato selvaggio. Non so se definirti sfigato o fortunato.
La brutta faccia
di Menjor in quel frangente era bella come quella di un santo.
Continuando a prenderlo in giro, tagliò le funi, che avevano
lasciato marcati segni rossastri sul polsi. Più in là, notò limponenza
di Tobias e lagilità di Markus.
Nadia!
la ragazza era stata sollevata da terra da Lantan. Mai compito
gli era stato più gradito.
Maledetto
se solo la tocchi con un dito io
ti
Jean finì
a terra privo di sensi. Menjor non volle neppure provare a
sollevarlo. Lasciò che il lavoro pesante fosse sbrigato da
Tobias. Il bestione, caricatosi sulla schiena Jean, seguì gli
altri, portandosi dietro anche King. Stretta al collo aveva
ancora la corda con cui era stato legato. Tobias se lo tirò
proprio per questa corda, riducendo limmagine del fiero
leone a quella di un cane al guinzaglio.
Ma siete
degli sconsiderati, degli irresponsabili! Non so, non riesco a
capacitarmi: come diavolo si fa, dico io, ad andare in piena
savana, nella situazione in cui siamo, senza uno straccio di
protezione! Non capite che vi sarebbe potuto accadere qualcosa?
Non ci avete pensato, quando ve ne siete andati a spasso in cerca
di
che cosa? Ah, sì, di bei ricordi, se non sbaglio. Devessere
stato il sole a friggervi il cervello, non cè altra
spiegazione.
Electra era
scatenata: marciava avanti e indietro nel suo salottino privato,
che per Jean e Nadia era diventato una medievale camera della
tortura. Era più nera della sua uniforme. Alle spalle dei
ragazzi, a bloccare anche idealmente le vie di scampo, Menjor e i
suoi uomini. Erano loro la squadra di salvataggio, mandata al
recupero dei due pazzi. Anchessi erano saliti sul banco
degli imputati, o perlomeno quella era limpressione che uno
spettatore avrebbe avuto guardando la scena dallesterno. I
quattro uomini, disciplinatamente in riga, subivano i rimproveri
di Electra né più né meno dei due ragazzi.
Quando
Icolina me lha riferito non volevo crederci. Ma dico io,
come si fa a concepire una stupidaggine di questa portata? Se vi
foste fatti male, non so, cadendo in un dirupo; o se foste stati
attaccati da animali feroci? Credete forse che quelli là fuori
siano tutti miti e gentili?
Electra si
portava due dita alla fronte, corrugando lo spazio tra le ciglia.
Era furiosa al punto da spaccare di nuovo lArchon da cima a
fondo. Sarebbe bastato un pizzico per farla scoppiare. I denti
stridevano come le pialle di un arrotino. Serrava le palpebre,
fino a farle rientrare nei bulbi. Era un quadro allira.
Anzi, ad una collera che non aveva nulla di umano.
Ci
dispiace, Electra. Non volevamo provocare tanta preoccupazione.
Non credevamo che saremmo stati attaccati da quegli indigeni.
Avevamo in programma di tornare in mattinata, ma
Ma cosa?
Allora siete davvero degli imbecilli! Dei completi imbecilli! Vi
era stato detto che questa era una zona disabitata! Disabitata
dalla gente civile, non dagli zulu! Vi è andata bene che
i ragazzi siano arrivati a togliervi dai guai appena in tempo,
altrimenti già vi avrebbero smembrato.
Il timido
tentativo di Nadia aveva solo peggiorato la situazione. Electra
era pronta ad azzannarli. Per calmarla ci sarebbero volute due
pinte di camomilla, come minimo.
Non se la
prenda con lei, signorina Electra. Sono stato io a voler
allontanarmi. Nadia è venuta con me soltanto perché glielho
chiesto. Lei non ci voleva neppure venire, ho dovuto convincerla.
Nadia guardava
il ragazzo al suo fianco con gli occhi spalancati. Lui le toccò
un braccio in maniera appena percettibile, per chiederle di
dargli corda.
So che
questa è stata una bravata, signorina. Perciò se deve punire
qualcuno, punisca me. Sono lunico che se lo merita.
Electra era a un
di presso dallo sferrargli un pugno. Era in totale balia della
collera. La storiella di Jean, fantasiosa invenzione rispetto
alla versione raccontatale da Icolina, era un altro fattore che
incrementava il nervosismo. Con visibile fatica ritirò la mano
serrata e riacquistò dei lineamenti composti. Il suo sguardo
rimaneva uguale. Glaciale e tagliente.
Non
tollererò più altre stupidaggini del genere. Volenti o nolenti,
ora fate parte dellequipaggio. E come tali, dovete
rispettare delle regole. Ora andate nelle vostre cabine. Non
voglio che mettiate il muso fuori se non in caso di stretta
necessità. Intesi?
Jean annuì con
forza. A lui bastava che Nadia uscisse incolume. Ottenuto questo
traguardo, quello che doveva scontare personalmente passava in
secondo piano. Menjor e gli altri li precedettero nelluscita.
Avevano fretta di defilarsi da quella stanza, dove il clima era
diventato torrido. Jean e Nadia, mesti, puntarono verso i loro
alloggi. Jean, giunto davanti alla sua porta, fece per entrare,
quando fu bloccato da una mano di Nadia.
Jean, io
ti ringrazio.
E di che?
Lo sai. Io
ti ho cacciato in questa brutta situazione. La colpa di tutto è
solo mia. Non dovevi prendertene tu la responsabilità. Non è
giusto. Non hai nessun motivo per farlo.
Dai,
Nadia. È da quando ti ho conosciuta che ho fatto sempre limpossibile
per proteggerti. Subire le ire di Electra al confronto è un
scherzo da ragazzi. Non lo farei se non lo sentissi. Se non ti
avessi così a cuore. Se non ti volessi così
Jean accarezzava
la guancia di Nadia. Questa pose la sua mano su quella del
ragazzo, assaporando il calore che da essa si sprigionava. Le
dita si incrociarono, a formare un cordone tra i due corpi.
Vibravano come ununica corda. Ai battiti del cuore delluno
rispondevano quelli dellaltra.
Jean.
Nadia sussurrava
il nome dellamico, perdendosi nei suoi occhi. Senza che se
ne rendesse conto, le braccia si strinsero attorno ai suoi
fianchi. Labbraccio, partito al rallentatore, era arrivato
al suo culmine: il sangue fluiva rapido alle labbra e alle gote
della ragazza, dipingendole di un colore acceso. La pelle scura
acquisiva delle squisite venature rosate. Entrambi socchiusero
gli occhi. Il sottomarino, Argo, Electra, nemmeno la pietra
azzurra che pur si faceva sentire nella pressione tra i due,
nulla più li scalfiva. Il mondo era scomparso. Esistevano
soltanto loro due. I primi a sfiorarsi furono i loro nasi. Un
contatto tenero, il miglior preludio a quello che sarebbe
successo in seguito.
Jean!
Jean, vieni un po con me!
Menjor irruppe
come un elefante in una cristalleria. Nadia si riscosse dalla
magia, e accorgendosi dellaccorrente ragazzo si precipitò
nella sua stanza. Lasciò Jean, imbambolato e deluso, spiaccicato
sulla parete del corridoio.
Scusa,
Jean. Magari disturbo.
Lo sguardo di
Jean espresse bene il concetto. Magari si era ispirato a quello
accusatorio di Electra. Sta di fatto che a suo modo faceva
veramente paura. Menjor la buttò sul ridere, come faceva sempre.
Jean mantenne la calma a viva forza.
Ormai la
frittata è fatta. Ero venuto a risollevarti un po il
morale, dopo la tirata dorecchie. Ma a quanto ho visto
stavi già provvedendo da te.
Vuoi fare
a pugni, per caso? la sopportazione di Jean era ben sopra
il limite di guardia.
Non sia
mai! Contro un pugile come te, ne uscirei malconcio.
Menjor lo
abbrancò alla spalla, quasi abbattendolo. Aveva buttato su di
lui tutto il suo peso.
Vieni con
me, so io come farti passare i bollenti spiriti. Menjor lo
portò nella sua cabina. Si trovava in un ponte inferiore al suo.
Accanto ad essa cerano quelle di Lantan, Tobias e Markus.
Quei quattro dovevano essere indivisibili. Unulteriore
conferma, se ce ne fosse stato bisogno, fu il trovarli tutti e
tre nella stanza di Menjor. Accovacciati a terra, in cerchio,
erano intenti a parlare, e a stento si accorsero dei due nuovi
arrivati.
Menjor,
non posso stare qui. Hai sentito anche tu gli ordini di Electra.
Devo rimanere in camera. Per uscire mi occorre una sua espressa
autorizzazione.
Jean ricevette
una pacca sulla schiena talmente vigorosa da fargli perdere lequilibrio.
Non
preoccuparti. Il nostro illuminato capitano fa sempre così.
Quando qualcuno la fa incavolare oltre il normale, gli dice di
restare in camera sua, come una mamma col bambino. Forse ci
considera alla pari di Elisis, chi può dirlo? Ehi, ragazzi,
guardate chi vi ho portato!
Ehi, Jean!
Jean, hai
combinato qualcosa con la tua bella? Se non ci riesci, ricordati
che io sono sempre pronto a darti una mano. Anche qualcosa di
più, se occorre. Lantan era più idiota del solito. In
effetti, la stanza era piena di fumo biancastro. Sostava in una
nuvoletta sopra le loro teste. Era sprigionato da due sigarette
che si scambiavano a turno.
Lantan, te
la vuoi fare tutta tu? Dammi qua!
Menjor gliela
strappò di mano. La portò avidamente alla bocca. Ne trasse
copiose boccate, per emettere poi unimpressionante colonna
di fumo. Vedendo che il ragazzo lo guardava stupito, gliela
offrì sfoggiando un sorriso tanto generoso quanto ebete. Jean la
prese tra due dita. La osservò meglio. Era più larga di una
sigaretta, e aveva un colore diverso. Quello che cera
dentro non aveva laria di tabacco.
Menjor,
questa non è una sigaretta!
Complienti.
Ho sempre pensato che tu fossi un tipo intelligente. E ora che ci
hai regalato questa perla, che ne dici di farti un tiro?
Jean guardava la
canna, incerto sul da farsi ma anche curioso. E siccome nel suo
animo, quando si trovavano in conflitto lincertezza e la
curiosità, vinceva sempre questultima, la prese con le
labbra e provò ad aspirare. I ragazzi a terra lo incitavano con
dei cori da stadio. Non resistette più di qualche secondo,
giusto il tempo che il fumo denso scendesse giù per la trachea e
arrivasse ai polmoni. Lui, che non fumava, sì arrostì gli
alveoli. Iniziò a tossire, fornendo un ulteriore spettacolo. Per
fermarsi gli ci vollero alcuni minuti.
Menjor,
questo qui è raffinato. Le canne non ci piacciono, guarda come
si dispera. Per lui ci vuole il piatto buono.
Lo prendo?
Sì dai,
che pure noi abbiamo diritto a rimescolarci le budella dopo le
faticacce di questi giorni. Menjor si sdraiò a terra, e si
infilò nellintercapedine fra il letto e la parete. Tirò
fuori una specie di vaso allungato, dalla cui cima si dipartivano
quattro tubi. Nel complesso aveva laspetto di un polipo.
Era dipinto a colori vivaci, tra cui predominavano i toni del
verde. I tubicini laterali erano grigi, e allestremità di
ognuno vi era un beccuccio. A primo acchito pensò che si
trattasse di una bottiglia di liquore, modificata in modo tale
che ci si potesse bere contemporaneamente in quattro. Cambiò
subito idea quando vide Menjor aprire il fornelletto, e porvi
dentro delle foglioline. Tra una risata e laltra, afferrò
il nome del particolare oggetto: narghilè.
Che
diavolo stai facendo?
Un attimo
di pazienza. Vedrai che ti piacerà.
Accese una
fiamma in un incavo al di sotto della camera di combustione: i
fumi si accumularono nella parte inferiore delloggetto,
pronti per essere aspirati. Menjor prese uno dei tubi, e ne
succhiò avidamente. Soddisfatto, allargò un ampio sorriso e
porse la mano a Jean.
Ecco. È
tutto tuo.
Ma siete
sicuri che non faccia male? si levò un mugugno talmente
forte da prendere vita propria.
Ti farà
benissimo! Non ci pensare, butta giù!
Jean foggiò le
labbra al bocchino. Era caldo, non sapeva per la sostanza allinterno
o per il contatto con le labbra di Menjor. Lo guardò ancora. Le
sue palpebre semichiuse invitavano implicitamente ad andare
avanti, a non fermarsi sul più bello. A Jean sembrava di bere un
liquido caldo e pastoso. Scagliò il tubo a terra. La tosse lo
piegava in due. Si sentiva morire, anzi esplodere da dentro.
Incurante degli altri, sputava per terra. Anche la saliva
bruciava; gli urticava le mucose. Un bruciore inimmaginabile.
Bastardi!
Ma chi cè là dentro, il demonio?
La prima
volta è sempre così. Ora ci facciamo un giro noi, ma tu stai
qua. Stamattina non esci da qui se non rivoltato come un calzino!
Tobias si
gonfiava come un aerostato. Lunghi, lunghissimi secondi di apnea
come quellaggeggio infernale in bocca. Dal fumo che uscì,
si poteva pensare che nella pancia le budella stessero andando a
fuoco. Lantan e Markus non furono da meno, ma nessuno dei tre
arrivò ai livelli di Menjor. Il suo secondo tiro, dopo quello di
prova, fu terrificante. Non lasciava trasparire emozioni. Il suo
viso era una tavola lignea. Lunico movimento era quello del
pomo dAdamo che faceva su e giù, accompagnando i fumi, e
delle guance che si gonfiavano a colpetti regolari. Prima di
lasciarlo andare, ne trasse unaltra boccata. Quel ragazzo
era instancabile. O non aveva polmoni, o quelli che si ritrovava
li aveva distrutti al punto tale che da essi non sentiva più
nulla. Le palpebre erano ancora più calate. La sclera bianca si
era tramutata in una fittissima rete di venuzze rosse. Jean non
riuscì a far fronte alle pressioni degli altri ragazzi. Accettò
di sua volontà di prendere i tubi del narghilè, poiché
in caso contrario glieli avrebbero infilati in bocca a forza.
Quando finalmente venne fuori da quella cabina, aveva
completamente perso la nozione del tempo. Non cerano
finestre a chi chiedere lumi: solo un corridoio sghembo, con
tante luci ballerine che si divertivano a girargli attorno.
Barcollava catapultandosi da una parete allaltra, spesso
sbattendo la testa e le spalle. Ad un tratto un fascio luminoso
più intenso lo investì dalla sinistra. Quando questo si fu
eclissato, delle braccia lo tennero per la schiena.
Jean! Cosa
ti succede?
Jean guardava
stralunato il volto della ragazza che lo aveva soccorso. Niente,
lo attraversava come un foglio di carta velina. Meglio così, in
fondo. Essere tanto vicino ad Icolina, in un abbraccio altrimenti
da interpretarsi come assai intimo, gli avrebbero scatenato delle
reazioni incontrollabili. La marijuana aveva gli aveva
sconvolto i sensi e il raziocinio.
Come
puzzi! Ma che cosa hai fatto? Icolina avvertì i clamori
non del tutto sopiti nella stanza di Menjor: non ci voleva un
grande acume per intuire gli accadimenti precedenti.
Menjor ti
ha fatto fumare, eh? Tu sei un bravo ragazzo, cosa ci vai a fare
da quei delinquenti? Icolina aveva messo il braccio destro
di Jean attorno alle sue spalle, per trascinarlo con minore
fatica. Il ragazzo aveva però rilassato ogni muscolo del suo
corpo. La povera Icolina era costretta a portarsi dietro un
macigno, che oltretutto vaneggiava.
Fatina?
Sei tu, sei tu la fatina dei dentini?
Icolina guardava
Jean sconsolata. Si era più rimbambito di quello che aveva
pensato. Avrebbe fatto una lavata di capo a Menjor che se la
sarebbe ricordata per secoli. Anzi, sarebbe stata Electra a
fargliela. Una innocente soffiatina e il barbuto avrebbe avuto
quel che meritava.
Fatina,
ieri ho perso un dentino. Me fai trovare un soldino sotto il
cuscino, stasera?
Sì, Jean.
Te lo faccio trovare.
Ma un
soldino bello grande. Mi ha fatto tanto male il dentino che
cadeva.
Va bene.
Un soldino grande.
Fatina, ma
dove mi porti?
Capiva che si
muoveva. Icolina nella disperazione poteva almeno aggrapparsi a
questo per sperare che riprendesse lucidità.
Ti porto
nella tua cameretta. Lì ti fai qualche ora di sonno, e al tuo
risveglio troverai il soldino sotto il cuscino.
Promesso?
Icolina poteva
essere contenta, da un determinato punto di vista. Stava facendo
pratica con i bambini. Tutta esperienza utile da conservare per
la sua futura vita matrimoniale con Echo. Nonostante questo
pensiero, tirò un lungo sospiro di sollievo quando depositò il
giovane sul suo letto. Per fargli salire le scale, da un livello
allaltro, aveva utilizzato tutto lolio di gomito di
cui disponeva. Scartata a priori lidea di portarlo sulle
spalle, non era rimasto altro che prenderlo per le braccia,
quanto più delicatamente possibile, e tirarlo su uno scalino
alla volta. Alla fine del percorso le dolevano le braccia come
dopo una giornata di lavoro.
Oh, Jean. Cosa
direbbe Nadia se ti vedesse ora ? Di sicuro se la
prenderebbe a morte. Ti riempirebbe di schiaffi, anche. La
graziosa infermiera si mise a sedere sul letto, al fianco di
Jean. Questultimo appena sentì il morbido delle coperte
partì sparato per il mondo dei sogni. Dormiva con la faccia di
un ebete. Dalla bocca gli colava un filo di saliva, che Icolina
deterse con un angolo del fazzoletto.
Spero ti
sia servito da lezione. Lei ti vuole un mondo di bene. Non farla
soffrire con queste bravate. Non se lo merita. Strapazzava
la guancia del ragazzo con un sonoro pizzicotto. Jean protestava
voltando la faccia, seppur con la lentezza di un bradipo. Gli
sfilò gli occhiali, prima che li schiacciasse. Quando riprese i
sensi fu lui ad essere schiacciato. Da un mal di testa di
dimensioni bibliche. Sentiva dei muratori al lavoro nel suo
cranio. Ebbe la pessima idea di guardarsi allo specchio. Era la
brutta copia di se stesso. Guardò lorologio. Erano le
quattro passate. Aveva saltato il pranzo, e a prova di ciò
sentiva lo stomaco protestare. Impiegò le ore del pomeriggio a
ripromettersi di non combinare più una sciocchezza simile.
Nadia, immancabilmente, venne a bussare alla sua porta. Lui la
liquidò giustificandosi con il forte mal di testa. In realtà,
oltre a questo, vi erano le profonde occhiaie violacee che lo
invecchiavano di dieci anni buoni. A vederlo in quel miserevole
stato, si sarebbe fiondata a pesce su Lantan. O forse sarebbe
avvenuto il contrario. Cera di sicuro che era più
conveniente rimanere in camera. A meditare. A cena si scatenò linterrogatorio.
Nadia non era la tipa da accontentarsi di una spiegazione
mangiucchiata, spifferata dallaltra parte di una porta.
Jean fu saturato dalle domande su cosa avesse avuto, come si
sentisse adesso, e altre centinaia di questioni. Spesso si
trattenne dal risponderla male. Quando ci si metteva, era più
fastidiosa di un esercito di zanzare. Nuovamente allapice
della sua potenza, lArchon macinava chilometri: le acque
fredde dei litorali del Capo lasciavano il passo a quelle, più
temperate dellOceano Indiano. Man mano che si saliva di
latitudine, la temperatura del mare si faceva più gradevole.
Anche la fauna marina mutava: invece di immensi banchi di
merluzzi e altri pesciolini argentei si incrociavano lucci, pesci
spada, e altri animali più grandi. Questi non si muovevano in
grandi gruppi, ma nuotavano da soli, o tuttal più in tre o
quattro esemplari. Il sottomarino volgeva la prua nel canale di
Mozambico: un ampio braccio di mare, compreso tra la costa dello
stato omonimo e quella del Madagascar. Era un posto ricchissimo
di isole, alcune di dimensioni considerevoli, altre a malapena
riportate dalle carte nautiche. Era in una di queste che si
annidava il pericolo. Un puntino tra tanti, da cui si poteva
diffondere la morte. Electra aveva passato nottate ad
arrovellarsi il cervello sulle mappe, cercando di capire quale
potesse essere lisola in questione. Se fosse prospiciente
alluna o allaltra costa, se si trovasse nel bel mezzo
del canale; o se fosse più a Nord, o più a Sud. O magari se non
si trattasse proprio di Zanzibar, il paradiso africano
colonizzato dagli arabi. Tante ore di sonno perse senza giungere
a un risultato soddisfacente. Nelle carte la donna vedeva il
ghigno del nemico, che la derideva per la sua visibile
incapacità. Più di una volta fu travolta dallira, e si
ritrovò con la mappa tra le mani, sgualcita o strappata, senza
sapere come fosse arrivata a quel punto. Ogni scoglio sorpassato
poteva ospitare un avamposto di Argo, o fare da nascondiglio a
una sua truppa. Già, perché oltre alla rabbia nata dal non
trovare la sua base, cera anche il timore di essere
attaccati. Non sapendo da quale direzione poteva arrivare il
pericolo, Electra ordinava a tutti di prestare la massima
attenzione. Qualsiasi distrazione poteva costar loro la vita. I
marinai erano coscienti che quelle erano le corrette precauzioni
da prendere, ma il tempo passava, e le paure del loro capitano si
dimostravano infondate. Di Argo e dei suoi uomini, nessun segno.
Gran parte della navigazione fu condotta in superficie: soltanto
quando, tramite radar, si verificava lavvicinamento di unimbarcazione,
si provvedeva allimmersione. Nessun sharker li attendeva
sul fondo, come predicava Electra. Dopo la disavventura al Capo,
il loro era diventato quasi un viaggio di piacere.
Non
capisco, non capisco. Eppure conoscono la nostra direzione. Sanno
che siamo in zona. E allora perché non ci attaccano? Questo
dovrebbe essere un punto nevralgico nelle loro strutture. Ma non
si fa vivo nessuno ad impedirci di proseguire. Mi domando:
perché?
Capitano,
potremmo esserci sbagliati. Magari la base non si trova qui, ma
più a Nord. Magari sulle coste dellArabia. Quello è un
posto sperduto, forse è lì che si nascondono.
Lo
escludo. Abbiamo in pugno ununica certezza, ed è che
stanno costruendo il fuoco di Tharos qui, da qualche parte.
Quello che non mi spiego è questa calma. Sono giorni che
perlustriamo il canale, e Argo ci lascia fare. Senza mandare
nemmeno ununità allo spionaggio.
Siamo
troppo veloci, per loro. Anche se ci mandassero il più rapido
dei loro mezzi non ce la farebbe comunque a starci dietro.
Markus,
per favore. Electra allargava platealmente le braccia. Le
esibizioni del suo pilota non le andavano a genio, meno che mai
quando cercava di riflettere seriamente.
LArchon
è più veloce degli sharker, ma non tanto da essere
irraggiungibile. E poi io non sto ragionando su questo. Argo
potrebbe anche mandarci contro una barchetta di carta: se la sua
base si trova davanti a noi, in ogni caso ce la troveremmo di
fronte. È il fatto di non trovare la sua accoglienza che mi
preoccupa.
Gli ufficiali in
cabina di comando si guardavano confusi. Da quello che
traspariva, Electra era ansiosa di combattere contro un
sommergibile nemico. Anzi, la loro prolungata assenza la rendeva
inquieta, e accentuava la sua irascibilità.
Ragazzi,
non sto dicendo una sciocchezza. Pensateci un po. Per quale
motivo Argo, che desidera la nostra dipartita almeno quanto noi
vogliamo la sua, non ci fa attaccare dagli sharker della zona?
Voi dite che si è rabbonito? Io penso di no. Credo, piuttosto,
che stia risparmiando le forze.
Che cosa
volete dire?
Che sta
concentrando tutte le forze di cui dispone. Vuole sferrare un
attacco massiccio, per distruggerci una volta per tutte. E dove
può essere il punto di raccolta, se non attorno alla sua base?
Messa così, la verità era dura da mandar giù. Il pensiero di
Electra seguiva una logica ineffabile. Impossibile opporvisi.
Restava soltanto da tenere gli occhi bassi sui monitor,
attendendo che qualcosa si muovesse, che qualcuno annunciasse lavvistamento.
E quando
la troveremo
voglio dire, quando arriveremo alla loro base,
cosa dobbiamo fare? Bella domanda, quella di Markus.
Talmente bella che nessuno aveva ancora avuto il fegato di porla
al capitano. Sembrava scontata, ma la risposta, aldilà di unidea
vaga, era ignota.
Semplice.
Trovare il cannone. E distruggerlo.
Alla laconica
dispostone di Electra seguì un silenzio ricco di tensione. Se
aveva ragione, introdursi nella base sarebbe stato tuttaltro
che facile. Anzi, unimpresa era soltanto lavvicinarsi
ad essa. Echo, al radar, tenne gli occhi doppiamente aperti: laspettativa
mostrata dal capitano non era per nulla rosea. Fu proprio lui,
alcune decine di minuti più tardi, a dare lallarme.
Capitano.
Registro una considerevole emissione denergia.
In che
direzione?
Da Nord.
Distanza?
È molto
lontana, ma si percepisce benissimo. Sono circa un centinaio di
chilometri.
Una sorgente di
energia avvertibile da tanto lontano non poteva essere altri che
Argo, questo Electra lo sapeva. Quanto alla natura dellemissione
e al motivo della stessa, poteva benissimo immaginarlo.
Non
possono essere sharker, capitano. Neppure altre unità da
battaglia. Non abbiamo mai misurato nulla di così potente, e poi
se fossero sottomarini avrebbero occultato la loro presenza.
Non ti
sbagli, Echo. Non sono sharker.
E allora
cosè? Echo era paralizzato alla vista dellindicatore
che schizzava verso lalto, oltre i massimi mai registrati.
È il
cannone.
Nella cabina di
comando calò il gelo. Credevano che il fuoco di Tharos fosse
ancora in costruzione, ben lungi dallessere completato. La
tremenda arma, al contrario delle previsioni, faceva sentire il
suo grido da chilometri di distanza.
Questo
vuol dire che
hanno finito di costruirlo.
Non
necessariamente. Quella che hai davanti è unemissione di
energia. Nulla di più.
E allora
cosa può essere, se non il cannone?
Non ho
detto che non si tratta di quello. Argo non rischierebbe ti
utilizzare la sua arma prima di collaudarla adeguatamente. Con
buona probabilità in questo momento lo stanno provando.
Quindi non
si sono accorti di noi.
Esatto. E
poi, oltretutto, ad Argo manca il pezzo principale per completare
il fuoco di Tharos. Gli occorre la pietra azzurra, non
dimenticatelo. Accelera al massimo, Markus. Dobbiamo piombare su
di loro adesso che non se laspettano.
Il pilota diede
una vigorosa scrollata ai motori dellArchon. Spinto alla
sua massima velocità, si avvicinava minaccioso allobiettivo.
Nel frattempo la notizia girò tra lequipaggio, assieme allordine
di approntarsi allo scontro. Il passaparola arrivò alle orecchie
di Nadia e di Jean, mentre stavano trascorrendo un po di
tempo con King, nella stiva in cui era relegato.
Hanno
trovato la base di Argo? Nadia istintivamente si impaurì
allannuncio di Menjor, già pronto in mimetica e
imbracciato ladorato fucile lungo.
Sì. La
raggiungeremo tra poco. Ho limpressione che il clima si
riscalderà parecchio. Non è escluso che alla battaglia navale
segua uno scontro a terra. È per questo che io e gli altri siamo
stati mobilitati.
Ricordo.
Le imprese sul suolo sono competenza di voi guastatori, se non
erro. Jean si riferiva alla truppa composta da Tobias,
Lantan e Markus, e capeggiata da Menjor. Questultimo si
beava spesso delle doti del gruppo, della sua indispensabilità,
e via dicendo. Quando era richiesta unazione di spionaggio,
o comunque una per la quale un gruppo numeroso sarebbe stato
inadatto, partivano solo loro quattro. In altri casi, Menjor
chiedeva laiuto di altri componenti dellequipaggio,
selezionati tra i più valenti, coraggiosi, e non rompiscatole,
come sentenziava il comandante barbuto.
Impresa
sul suolo. Come quando avete preso me e Jean, per esempio.
Nadia si inacidiva al ricordo. Se necessaria era la sua presenza
in quel sottomarino, certo il modo di convincerla a salire non
era stato gentilissimo. A dirla tutta, più volte pensava e si
convinceva che poteva benissimo parlare di rapimento.
Sì, ma
quella fu un giochetto. Come fare a guardie e ladri. Quello che
ci aspetta fuori è un lavoro maledettamente pericoloso. Roba da
professionisti. Nadia strapazzò un ciuffo di peli di King,
sempre più nera per i discorsi di Menjor.
Lavoro? Tu
giudichi quello che fai un lavoro? Per te ammazzare una persona o
fare il carpentiere è la stessa cosa? Menjor sbuffò.
Protestava mangiucchiando delle parole inudibili. Allargando le
labbra, gli veniva fuori un aaah! stufo e
innervosito.
Ma non ti
stanchi di ripetere sempre la stessa solfa? Il mio mestiere è
quello di uccidere, sì! Uccido persone pericolose, che se non
fermate potrebbero causare grossi danni. Ucciderti, tanto per
dirne una. Che ne so, conquistare il mondo e annientare lumanità?
Tutte cose che tu non prendi in considerazione, tu ti limiti a
vivere in questottica buonistica che non serve a niente. Se
non ci fossero persone come me, la vostra vita sarebbe in serio
rischio. Anche Jean potrebbe fare una brutta fine. Nulla di più
facile, la sua testa è un bersaglio fin troppo visibile.
Mentre Jean
protestava scherzosamente, difendendo le qualità dei suoi
capelli e del suo viso, Menjor gettò unocchiata allespressione
della ragazza. Finalmente aveva trovato una breccia nella sua
sicurezza. Pensare alleventualità della morte dellamico
laveva rabbuiata. Buono a sapersi, in futuro sapeva dove
appigliarsi per evitare discussioni stucchevoli. La lotta
simulata tra Jean e Menjor andò avanti fin quando una sirena,
ululando, richiamò lattenzione dei ragazzi.
Ci siamo.
Menjor mutò radicalmente espressione. Il suo sguardo era
diventato quello di un falco. Era tutto rivolto allaltoparlante
che gracchiava, ma guardava ben altro. Già si vedeva impegnato
nel campo di battaglia, con i proiettili che fischiavano un palmo
sopra la sua testa e gli scoppi delle bombe che lo accompagnavano
ad ogni passo.
Andate nella vostra cabina. Non muovetevi da lì, per nessuna ragione. Inizia la giostra.
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