Il Mistero della Pietra Azzurra
La Resurrezione di Atlantide
*
By Antares
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Il ronzio del motore si ripeteva, monotono, minuto dopo
minuto. Lelica del fuoribordo formava sullacqua una
lunga scia di spuma bianca. Sembrava la bava di un mostro marino.
Il mare in quella giornata si presentava calmo: non cerano
ondate più forti che potessero eventualmente ribaltare il
motoscafo. Con buona probabilità era la prima occhiata benevola
della dea Fortuna dallinizio della giornata. La distesa
azzurra, che si estendeva a perdita docchio, fino
allorizzonte e poi oltre, ispirava serenità. Era proprio
quello che Jean e Nadia avevano bisogno, cercare di ritrovare una
serenità interiore. Più facile a dirsi che a farsi, con gli
uomini di Argo pronti a sparar loro addosso. Sfruttavano perciò
ogni attimo di quella tanto sospirata quiete. Chissà se e quando
si sarebbero potuti sedere a meditare su gli avvenimenti che
stavano stravolgendo la vita di entrambi.
Insomma, dove si è andato a cacciare? il capo ruppe
il fragile momento di stasi. Scrutava in avanti, perplesso, e se
la prendeva con il pilota del motoscafo.
È rimasto alle spalle del promontorio, capo. Ora lo
aggiro. Eseguì la manovra ad alta velocità, compiendo una
curva parabolica. Nadia, che era seduta sul lato destro, si
ritrovò quasi in acqua quando il mezzo si inclinò. King, che
era già atterrito da quando ci aveva messo piede, iniziò a
tremare come un gattino bagnato. Dopo lampio curvone, si
lasciarono la sporgenza rocciosa alle spalle. La linea della
costa era frastagliata, e dopo di questa ce ne erano diverse
altre.
Ecco, tra poco dovremmo esserci. Si è fermato in una di
queste insenature.
Era ora. Non resisto più con questo coso sulla
faccia. Lantan si lagnava della maschera di flanella, che
lo stava martorizzando da ore.
Allora perché non lo togli? il suggerimento di Nadia
sapeva molto di provocazione. Lantan non la raccolse, e si voltò
in avanti.
Perché dobbiamo prima aspettare che il capo ci dia il
permesso. Ma non si deve preoccupare. A momenti lo conoscerà
anche lei.
Il capo? Scusa, non sei tu quello che dà gli ordini qua in
mezzo? si frappose Jean.
Io? Sì, certo, io comando i miei ragazzi, quelli che tu
vedi qui. Ma il grande capo non sono io.
E chi è allora?
Non sarò certo io a dirtelo. Sarà lui stesso a
presentarsi, se lo vorrà.
Eccolo. Siamo arrivati. Tobias attirò
lattenzione di tutti, che la trasferirono in seguito
allenorme oggetto che sbucava da una delle piccole baie. La
parte visibile comprendeva sì e no la metà dellintera
struttura. Nel suo insieme era lungo più di centocinquanta metri
e alto quindici, senza contare lo scafo sommerso. La forma era
allungata, snella in rapporto alle gigantesche dimensioni. La
prua terminava come un cuneo, la cui punta era rialzata verso
lalto, ben lontana dalla superficie del mare. A poppa vi
era unaltra cuspide, rivolta allindietro a mò di
cresta. In corrispondenza del centro, allincirca, si
distaccavano due alettoni, uno per lato. Allestremità di
entrambi era posto un cilindro, lungo cinque metri e largo tre,
che con tutta probabilità servivano a mantenere stabilità. Poco
più indietro la linea del dorso si rialzava, fino a formare una
calotta. Piuttosto piatta, era tra le poche cose che rompevano
larmonia idrodinamica. Una volta giunti a ridosso
dellenorme sommergibile, Jean e Nadia emisero un unico
sospiro, allunisono.
Il Nautilus
Vi sbagliate. Questo non è il Nautilus. Avrebbero
voluto chiedere quale fosse il suo nome, a chi appartenesse, ma
lo stupore li pervase. Rimasero zitti a contemplare la struttura
corazzata, che risplendeva ai raggi del sole, riflettendone la
luce sullacqua. Sul fianco si aprì un boccaporto, nel
quale il motoscafo si affrettò a entrare. Era simile a una
grotta sotterranea; buia, fredda e umida. Chiuso il portello, si
accesero però uninfinità di luci. Esse rivelavano un
hangar vastissimo, adibito allo stazionamento di velivoli,
piccole imbarcazioni, e mezzi terrestri. Una valvola fece scolar
via lacqua entrata assieme al gommone. Quando toccarono
terra, i due ragazzi con il leone al seguito furono invitati a
scendere e a salire la lunga scala che conduceva ai livelli
superiori. Markus aveva poco prima detto che quello non era il
Nautilus. Strano, vi era così simile. Il deposito in cui si
trovavano somigliava in maniera impressionante a quello dove, tre
anni prima, vi erano piombati allorché il capitano Nemo aveva
dato ordine di salvarli. Si trovavano in mezzo alloceano, e
lacqua creò un gorgo sotto di loro, risucchiandoli. Al
risveglio, guardandosi attorno, erano allinterno del
Nautilus. Come in questultimo, anche qui le porte si
aprivano da sole, avvertendo tramite un sensore il passaggio
della persona. I corridoi erano lunghi e angusti. Jean e Nadia ne
attraversarono diversi, sempre scortati da quegli uomini.
Capitano, i ragazzi sono qui. Il comandante del
gruppetto calcò un pulsante sulla parete. Comunicava con questo
sedicente capitano attraverso una specie di microfono, anche
questo un dettaglio presente nel sottomarino che conoscevano.
Cè anche Jean?
Sì. Lo trattengo fuori?
Non ce nè bisogno. Fallo entrare con Nadia. La
porta si aprì emettendo un rumore caratteristico, simile a un
soffio. La stanza allinterno era rivestita in legno
pregiato. Le pareti erano ricoperte da scaffali, tutti stracolmi
di libri. Sul pavimento, un tappeto a tinte rosse dai tratti
orientali. Era una stanza insolitamente spaziosa, ragionando
nellottica di un sottomarino. Sul fondo, campeggiava una
mappa raffigurante le terre conosciute. Era così estesa da
occupare un intero muro. Di fronte ad essa, troneggiava una
scrivania di legno chiaro. Cera una persona seduta
dallaltro lato del tavolo. Era di spalle. Lelemento
che i due notarono istantaneamente fu che questa aveva dei
capelli biondi, molto luminosi. Scendevano ad arrivare fin quasi
alle scapole. La figura ruotò sulla sedia. Era un donna, come
prevedibile. Quello che non si aspettavano, però, era di
conoscere quella donna. Gli occhi, blu cobalto, i capelli color
delloro puro, la pelle scura come quella di Nadia. I due
ragazzi rimasero a bocca aperta nel trovarsela di fronte, proprio
lì, per la seconda volta dopo tanto tempo.
Electra!
Ciao, Nadia. Ciao, Jean. Sono molto felice di
rivedervi.
Electra, cosa ci fa qui?
Mi stupisci, Jean. Un genio del tuo calibro fa delle
domande così banali e stupide? Jean assunse il colore di
un peperone maturo. Compì uno sforzo inaudito, cercando nella
sua mente la cosa più intelligente che potesse chiederle.
Dove ci troviamo ora?
Vi trovate a bordo dellArchon. È un
sommergibile.
Credevamo fosse il Nautilus. Intervenne Nadia. Si era
trovata sempre a disagio nel conversare con Electra, magari per
la differenza di età era otto anni più grande di lei
o più probabilmente perché aveva sempre paura che le
soffiasse il suo Jean. Tre anni prima, sul Nautilus, non passava
giorno che non avesse questo timore.
LArchon? E dove lavete trovato?
Ti ricordi della nostra vecchia base sotto i ghiacci
dellAntartide? Era lì, ben occultato in uno degli immensi
cantieri. Electra si alzò, mostrando la sua figura
aggraziata. Era unatlantidea, come Nadia, e si vedeva.
Sembrava uguale allultima volta; soltanto, leggermente più
appesantita. Non grassa, il suo fisico era sempre atletico, ma
meno slanciato di come se la ricordavano. Passò oltre il banco,
accarezzando i libri riposti sui ripiani come se fossero degli
animaletti da compagnia.
Originariamente era solo un prototipo. Quando lo trovammo,
non era nemmeno completamente costruito. Ci sono voluti quasi tre
anni per completarlo.
Vuole dire che sin dallindomani dopo la battaglia con
Argo lei si è messa alla costruzione del sottomarino?
Electra sorrise.
No
non subito dopo. E comunque non ero sola. Ad
aiutarmi cera lequipaggio del Nautilus. E coloro che
hanno preferito smettere di lottare, di tentare di condurre una
vita normale, sono stati rimpiazzati da elementi validi.
Come gli uomini che ci hanno prelevato?
Sì, esatto. Loro sono tra i membri nuovi.
Hanno tenuta nascosta la loro identità per tutto il
tragitto. Lei mi sa spiegare il perché, signorina Electra?
tipico di Nadia attaccare con una battuta alquanto velenosa.
Electra però si difese bene, e non si scompose.
Non sapevo quale poteva essere la tua reazione, Nadia. E
soprattutto, ero preoccupata per quella di Jean. Se si fosse
opposto, sarebbe stato necessario allontanarlo. E ovviamente in
un caso del genere non avrei potuto permettere che vedesse i
volti dei miei uomini, ti pare?
Per la verità, signorina, io ho fatto resistenza. Ma è
stato inutile, erano tutti troppo ben addestrati. Soprattutto
quello grosso; non sarei mai riuscito a liberarmi di lui.
Nadia odiava le sviolinate che Jean faceva a quella svampita.
Avrebbe voluto cavargli gli occhi, prima a lui e poi alla megera.
Stai senzaltro parlando di Tobias. In effetti gli ho
consigliato di mettersi a dieta, ma non vuole ascoltarmi. È uno
a cui piace mangiare, e tanto.
Electra pigiò un bottone sulla scrivania. Lingresso alle
spalle dei ragazzi si aprì.
Visto che siete entrati già in confidenza, credo sia
giusto farveli conoscere come si deve. Ragazzi, entrate, per
favore. Il gruppo dei cinque uomini fu preceduto da King,
che irruppe nella stanza come una furia. Non aveva tollerato che
la sua padrona scomparisse così allimprovviso. Era
irrequieto, e tra i denti emetteva un mezzo ruggito.
Ci dispiace, capitano Electra, ma non siamo riusciti a
trattenerlo.
Capitano Electra? Jean e Nadia sobbalzarono. Prima
quellattributo era riferito al padre di Nadia. Adesso, su
di lei, faceva tuttun altro effetto.
Sì, sono il capitano di questo sommergibile. Dopo la
scomparsa
qui si fermò. Chinò la testa, e prese uno
straziante respiro. Il dolore per la perdita del suo amato non si
cancellava. Forse, non si sarebbe cancellato mai.
del capitano Nemo ho preso io i suoi gradi, quale ufficiale di
livello più alto. Aveva afferrato un lembo della nera
uniforme che indossava: lo girava tra le dita, lo tirava quasi a
volerlo strappare. Il solo ricordo delluomo che aveva amato
più di se stessa la dilaniava nel profondo. King si acquietò
nel vedere di nuovo la ragazza, sulle cui gambe prese a
strusciarsi.
Non ditemi che
Nadia, è King questo? Electra
ricacciò a forza la tristezza nellabisso della sua anima,
giù, dal buio dei ricordi da dove era risalita. Nadia fece di
sì con la testa.
Sono rimasto stupito anche io quando lho visto,
Electra. È che ce lo ricordavamo come un cucciolo, mentre ora è
adulto.
È una gran bella bestia. Non riesco a capire come sia
riuscita a crescere così vigorosa in uno stato di
semi-cattività. Alle spalle di Jean il gigante guardava
benevolo lanimale, che si era sdraiato a terra. Come quando
era cucciolo, godeva nel farsi accarezzare il ventre.
Ora non cè più pericolo, ragazzi. Potete togliervi
le maschere.
Finalmente! Altri cinque minuti e me la sarei
mangiata. Lantan fu il primo a smascherarsi: Jean provò
invidia, anzi, per essere più esatti, un vero e proprio senso di
inferiorità. Non che si considerasse un Adone, ma credeva di
poter reggere il confronto con gli altri. Almeno finché non vide
il volto di Lantan. Bello era dire poco: occhi azzurri in cui ci
si poteva specchiare. Capelli biondo platino, che discendevano
lunghi, armoniosi, sulle spalle. Lineamenti perfetti,
impreziositi da un naso aquilino. Jean si sentì ancora più male
quando notò che anche Nadia era rimasta fortemente colpita dal
suo magnetismo.
Certe volte ti lamenti come un bambino, Lantan.
Tobias rispecchiava in pieno lidea che Jean si era fatto di
lui. Collo spesso quanto un ciocco di legna, naso e labbra
prominenti, occhi scuri e quasi invisibili, tra gli avviluppi di
pelle in cui erano compressi. A monte della testa, non vi era un
solo capello. Rifletteva la luce come una lastra
dalluminio. Markus si rivelò essere il più giovane. Con
buona approssimazione aveva la stessa età di Jean. Di stirpe
scandinava, come presentava il suo nome, era relativamente basso
rispetto alla media dei suoi conterranei. Gli occhi splendenti e
i capelli castani, chiari tanto da sembrare lingue di fuoco,
erano perfettamente in regola.
E il quinto? Electra si rivolse al capo della
spedizione. Di lui, i ragazzi non avevano ancora sentito il nome,
sebbene fosse stato il più presente nelle difficoltà. Era sì
piccolo, ma un concentrato di iniziativa e coraggio.
Lo sa, fa parte degli addetti alla manutenzione, non della
mia squadra. Appena ha potuto, si è svincolato per tornare dai
suoi compagni. Luomo si sfilò la maschera. Jean fu
paralizzato. Adesso collegava tutti i particolari che aveva
notato. I capelli a boccoli con la barba incolta, abbinati a quel
corpo esile, non lasciavano dubbi.
Menjor!
Ciao, Jean. È piccolo il mondo, eh? Menjor rise
fragorosamente, come solo lui sapeva fare. Metteva di buon umore
chiunque lo sentisse sbellicarsi. Daltro canto, una bella
risata era quello che ci voleva dopo tutti quei momenti di
tensione. Jean si rivolse ad Electra, a metà tra
lincredulità e un principio di rabbia.
Ma io lho già incontrato, a Londra. Volete dire
che
Che ti tenevamo docchio, esatto. Per la verità, già
da prima che partissi da Le Havre. È da un po che Argo ha
messo gli occhi su Nadia e sulla sua pietra, e siccome sapevamo
che in un modo o nellaltro lei sarebbe riuscita ad
avvertirti, ti abbiamo fatto seguire da un nostro uomo, in
Francia. Menjor è stato informato del tuo arrivo ben prima che
tu avessi toccato terra inglese.
Quindi è sicuro? Cè di nuovo Argo a capo di Neo
Atlantide?
Sì, Jean. Non sappiamo come, ma Argo è riuscito a
salvarsi dallesplosione del Noè Rosso.
Ma è morto ben prima che esplodesse! È diventato un
statua quando ha toccato la sfera di potere generata dalla pietra
azzurra!
Electra non rispose subito. Quello del ritorno di Argo rimaneva
un mistero anche per lei.
Lo so. Sembra incredibile, però è così. Argo è tornato,
e vuole la pietra.
Ma io non cè lho più! Lho perduta quel
giorno. Nadia avrebbe voluto dire di più, ma
lemozione la sopraffece. Quel giorno di tre anni prima
aveva utilizzato per lultima volta lincommensurabile
potere della pietra azzurra. Con esso aveva salvato il suo Jean.
Ma a che prezzo
Nadia dovette compiere una terribile
scelta. Poteva strappare alla morte solo una persona; da una
parte, il suo più caro amico. Dallaltra, suo padre. Per
quanto aveva tentato di convincersi che aveva fatto la scelta
giusta, che suo padre si era comunque sacrificato in seguito per
cancellare dalla faccia della Terra le mostruosità partorite
dalla mente malata di Argo, il rimorso la rincorreva ancora.
Electra sospirò. Tornò dietro la massiccia scrivania, aprendone
un cassetto. Da esso estrasse un cofanetto, intarsiato di fregi
dorati. Sul coperchio, locchio di forma ovale, simbolo di
Atlantide. Lo aprì. Tra le mani, rigirò un filo di stoffa
vecchia e consunta. Ad esso era legata una montatura. Dal colore
sembrava oro, ma Nadia sapeva che era ottone lucidato. Era a
forma di rombo, grande circa quanto la metà del palmo di una
mano. Essa cingeva un sasso grigiastro. Il suo aspetto era
inconfondibile. Quello che Electra le stava porgendo non era un
semplice sasso, bensì lo scrigno in cui era racchiuso tutto il
passato di Nadia.
Questa è
è
Hai indovinato, Nadia. È proprio lei. È la pietra
azzurra.
Come lha avuta? Dove lha trovata? A Nadia
non sembrava vero: stringere di nuovo a sé il suo antico tesoro.
Bè
non è facile da spiegare. Anzi, per essere
esatti non è per niente facile da credere. Ad ogni modo è
andata così: una sera di circa un mese fa ho avuto un sogno
strano. Ero in mezzo
al nulla, non cera
nientaltro che una luce azzurra che pervadeva tutto,
attorno a me. Ad un certo punto, in lontananza ho visto
accendersi qualcosa. Emanava una luce abbacinante, facevo fatica
a sopportarla. Poi ho sentito una voce. Non lavevo mai
sentita prima, però dal timbro mi è parso che fosse di una
persona giovane.
E dopo cosè successo? Jean ad ogni particolare
descritto da Electra sobbalzava: il sogno fatto dalla donna era
troppo, troppo simile al suo; la luce azzurra, la voce
troppe cose coincidevano. Avrebbe voluto raccontarle della sua
esperienza. Era convinto che fosse legata a quella che stava
illustrando. Fu inibito però dalla presenza di Menjor e dei suoi
uomini: non gli avevano fatto una cattiva impressione, ma
convenne che era meglio non fidarsi ciecamente di qualcuno che si
era conosciuto poco prima. Per una volta, faceva contenta Nadia.
La voce mi ordinava di andare avanti, di raggiungere la
fonte di quella luce. Sulle prime non le ho dato ascolto, ma non
cè stato verso. Il comando mi è arrivato una seconda
volta, con limpeto di un uragano. Mi sono avvicinata pian
piano, cercando di capire verso dove mi stavo dirigendo. Alla
fine, arrivata alla fonte, ho capito di cosa si trattava. Era la
pietra azzurra. Stava sospesa a mezzaria. Non aveva
laspetto di un sasso, come la vediamo adesso, bensì la sua
forma originaria. Electra di tanto in tanto prendeva una
pausa. Sembrava che ella stessa non volesse ancora credere a
quello che aveva visto. Nadia al contrario era assetata di
sapere.
Continui, per favore.
Istintivamente ho allungato la mano verso la pietra. Più
la avvicinavo, maggiore era la sensazione di calore che
avvertivo. Non appena lho sfiorata con la punta delle
dita
mi sono svegliata.
Tutto qui?
Jean, vedo che tre anni non sono bastati a toglierti il
vizio. Non sai ascoltare, interrompi sempre le persone. La
ramanzina lo fece sentire come un verme. Nadia, poi, sembrava
approvare quanto sentenziato da Electra, così che Jean si trovò
in contrasto fra due sentimenti. Da una parte era felice che per
una volta Nadia ed Electra fossero daccordo riguardo
qualcosa; dallaltra, non mandava giù il fatto che quel
qualcosa che le metteva daccordo fosse un suo difetto.
Non farci caso, Jean, al capitano piace punzecchiarci, una
volta tanto. Dice che ci stimola a migliorare. Secondo me però
non fa che logorarci i nervi. Menjor si schierò in difesa
del ragazzo, badando di non farsi sentire dalla donna: era
angelica soltanto in apparenza. Allinterno nascondeva una
personalità da vera lottatrice. Nadia stemperò il momentaccio,
esortando Electra a concludere.
Quando mi sono svegliata, stavo dicendo, ho visto nella mia
cabina la stessa luce del sogno. Era la pietra che brillava,
davanti a me. Mi sono alzata subito. Come nel sogno, fluttuava in
aria, ed aveva il suo solito colore azzurro. Nel momento in cui
lho afferrata, si è letteralmente spenta. Si è tramutata
nel sasso che ora hai in mano.
Sembra incredibile
Già. Ma ora che è di nuovo in mano tua, la pietra
tornerà al suo antico potere. Electra sorrideva, così
come tutti gli altri nella stanza. Jean non capiva cosa volesse
intendere con questultima affermazione, e perché
guardassero così insistentemente Nadia. Stavano aspettando
qualcosa, ma non riusciva a capire cosa. Inoltre Nadia si era
come estraniata, non aveva fatto caso a quanto detto dalla donna.
Teneva stretta la pietra nella mano destra, con gli occhi bassi a
terra. Pareva caduta in una sorta di meditazione. Il suo silenzio
la circondava come una bolla. In quel momento essa rappresentava
tutto il suo mondo. Jean e King la squadravano attoniti; nessuno
dei due capiva cosa le era successo, così allimprovviso.
Così trascorsero lunghi secondi. Sembrarono durare
uneternità. Nadia ruppe lincantesimo, alzando la
testa e guardandosi attorno come se si fosse appena svegliata da
un lungo sonno.
Cosa
cosa sta succedendo? Perché non parlate
più?
Cosa aspetti? Markus era impaziente, come un bambino
ansioso di entrare in un negozio di giocattoli a far comprare
alla mamma il regalo di Natale.
Sì, Nadia, cosa stai aspettando? Noi tutti vogliamo che tu
lo faccia. Anche Electra la esortava. Nadia non ci capiva
più nulla, faceva fatica a credere che quello che vedeva e
sentiva non facesse tutto parte di un sogno balordo.
Fare che cosa?
Come che cosa? Riattivare la pietra, che altro?
Lantan sbraitava, sputacchiando nei malcapitati occhi di Menjor.
Riattivarla? Io
io non ho la più pallida idea di
come si possa fare
non so
non so nemmeno se sia
possibile.
Che cosa? E noi avremmo fatto tutta quella fatica a
trovarti per sentirci rispondere così? Lantan era partito
allattacco. Se non fosse stato per il provvidenziale break
di Electra lavrebbe presa a morsi.
Lascia stare, Lantan. È possibile che il modo le venga in
mente allimprovviso, come un lampo. Noi dobbiamo soltanto
aspettare, e portare pazienza. Dopotutto limportante è che
la pietra non sia caduta nelle mani di Argo.
Ma a cosa gli serve? Anche questa a volta è disposto a
sacrificare centinaia di vite umane, pur di averla, ma per
cosa?
Sei troppo curioso, ragazzino. Queste sono informazioni
riservate, e tu non hai nessun diritto di conoscerle,
e
Basta così.
Ma capitano, io
Lantan! Ho detto basta così! gli occhi di Electra
lampeggiavano, proprio come prometteva il suo nome. Chi le aveva
scelto quello pseudonimo non poteva essere di più nel giusto.
Lantan si fece in disparte, bofonchiando qualcosa per sfogare la
rabbia.
Jean, questi sono segreti importanti, che non potremmo
svelarti. Se decidi di esserne messo al corrente, non potrai più
tirarti indietro. Dovrai seguirci. Non possiamo rischiare una
fuga di notizie. Argo non deve sapere che noi siamo al corrente
delle sue mosse. Allora? Cosa hai deciso?
Non ho nulla da decidere. Se sono venuto con voi tre anni
fa, sul Nautilus, perché non dovrei farlo ora,
sullArchon? E poi non lascerei mai Nadia da sola, con
Argo in circolazione. Senza contare poi dello sguardo languido di
Lantan
ma ebbe la buona idea di tagliarsi la lingua e non
citare le argomentazioni che gli erano venute in mente.
Non avevo dubbi. Vedi, Jean, Menjor e gli altri hanno
tenuto una maschera sul volto per tutto il tempo proprio per
questo; io ero convinta che non ti saresti tirato indietro di
fronte al pericolo, ma non avevo la certezza matematica. Se
avessi mostrato tentennamenti, non dovevi essere in grado di
identificare i loro visi. Comunque, questo dubbio è ormai alle
spalle. Ora ti dirò quali sono i progetti di quel mostro.
Electra gli aveva voltato le spalle. Si era messa in
contemplazione davanti alla cartina in fondo alla stanza.
Studiava la posizione in cui si trovavano e la rotta che
avrebbero dovuto seguire, a grandi linee.
Argo si è fatto furbo, Jean. Prima di mettersi a pensare
su come diventare padrone del mondo, vuole eliminare i suoi
avversari. Noi. Ovviamente è al corrente dellesistenza
dellArchon, e lo teme. Lo teme più di quanto abbia mai
temuto il Nautilus. Per questo ha fatto approntare una nuova arma
dai suoi scienziati. Qualcosa di inimmaginabile. Molto
probabilmente è più potente anche della torre di Babele.
Oh, mio Dio
Jean e Nadia rimasero sconvolti.
Entrambi avevano stampata nella memoria le immagini del tremendo
fascio di luce emesso dalla cima di quella torre infernale.
Funzionò una volta sola, allorché Argo diede ordine di testarla
su unisola disabitata. Fu spazzata via, cancellata da
unesplosione colossale. Pensare a qualcosa di ancora
superiore, li terrorizzava.
Il fuoco di Tharos. La voce di Tobias penetrava nelle
ossa dei ragazzi.
Il fuoco di
Tharos? E che cosè?
Un cannone. Un cannone che, se ultimato, avrebbe la forza
di devastare unarea di chilometri e chilometri
quadrati.
Le facce atterrite dei ragazzi erano di per sé una risposta
eloquente. Electra, però, volle essere più brutale, e porre ai
loro occhi la situazione in tutta la sua crudezza.
Se Argo riuscirà a completare il cannone, non solo potrà
sventrare lArchon come un capretto. Riuscirebbe a
trasformare una città come Parigi in un cratere. Con un colpo
solo.
Electra si voltò. Tenendo le braccia incrociate dietro la
schiena, attraversò la stanza. Passò tra i due ragazzi,
impietriti da quanto avevano saputo. Argo questa volta voleva
davvero superare se stesso.
Purtroppo non abbiamo altre informazioni. Non sappiamo di
che forma sia, non conosciamo le sua dimensioni, e soprattutto
ignoriamo la sua ubicazione precisa. Da un nostro contatto
abbiamo saputo che con buona approssimazione la base in cui si
trova è situata in unisola. Nelloceano Indiano,
prossima alla costa africana. È lì che ci dirigeremo.
Electra si apprestava ad uscire, per dirigersi alla cabina di
comando. Da lì, avrebbe ordinato la nuova rotta. Menjor e gli
altri già facevano segno a Jean e Nadia di uscire, quando il
loro capitano fu bloccato da qualcosa. Quel qualcosa era alto
giusto la metà di una gamba di Tobias, ma strepitava quanto un
branco di scimmie. Si aggrappava ai pantaloni di Electra,
tentando di afferrarne dei lembi per poter salire. Questi erano
però troppo stretti, e immancabilmente il tessuto scivolava fra
le sue dita. Electra sbuffò amorevolmente, e si rassegnò nel
prendere in braccio il piccolo. Anche il colorito della sua pelle
era scuro, quanto quello della donna. I capelli, castani con
riflessi color rame, si avviluppavano in riccioli impossibili da
sciogliere. Gli occhi trasmettevano allegria e spensieratezza,
doti tipiche dellinfanzia. E soprattutto, non potevano
essere confusi con altri. Quegli enormi occhioni scuri a Nadia
risultavano anche troppo familiari.
Elisis! Quante volte ti ho detto che non devi uscire dalla
cabina senza che io lo sappia?
Il bambino fece una linguaccia, seguita da una risata
cristallina. Electra fece finta di arrabbiarsi, iniziando a fare
il solletico al bambino. Il frugoletto aveva rapito
lattenzione di tutti. Lui invece fu attratto da King. Non
aveva mai visto un leone prima dora, se non in un disegno,
e lo considerava come un grosso pupazzo che si muoveva da solo.
Mamma, mamma! Cè un gattone, guarda! Nadia
ebbe la conferma di quanto pensava. Quello che stringeva al petto
Electra era suo figlio. Il figlio che aveva avuto dal capitano
Nemo, prima che questo morisse. Gli aveva anche dato il nome
originario del padre. Di suo padre. Avrebbe dovuto odiarlo,
detestarlo con tutte le sue forze. Era un fratellastro, nato da
quella stupida e arrogante di Electra. Però
rappresentava
tutta la sua famiglia. Lo vedeva come quel poco che il padre le
aveva lasciato. Non riusciva ad odiarlo, anzi. Avrebbe voluto
stringerlo a sé e coccolarlo per ore, come una brava sorella. Il
piccolo Elisis costrinse la madre a poggiarlo a terra, e a farlo
avvicinare allanimale.
Nadia
posso stare tranquilla, non cè pericolo
che King reagisca male? Nadia fu svegliata dal giro dei
suoi pensieri. Non credeva che un semplice consiglio chiestole da
Electra potesse farla sentire così felice. Cominciava a
considerarsi a tutti gli effetti un membro della famiglia. Non ci
fu bisogno di un suo intervento per far capire a King che era
necessario sopportare il ciclone che gli tirava i baffi. Electra
era contenta nel vedere il suo bambino divertirsi, ma il pensiero
che il suo compagno di giochi era unanimale selvatico non
la lasciava tranquilla. Dopo pochissimi minuti lo prese in
braccio di nuovo, nonostante il piccolo protestasse animatamente.
Electra riacquistò lespressione seria, congeniale al suo
ruolo di comandante.
Non abbassate la guardia. Argo ci attaccherà presto. Il
pericolo aumenterà man mano che ci avvicineremo alla presunta
sede del fuoco di Tharos. Menjor, per favore, mostra loro le
cabine. Electra si allontanò velocemente, portando via
Elisis. Nadia avrebbe voluto passare altro tempo con lui, ma la
donna aveva espresso il veto. Un altro motivo per detestarla,
rimuginò tra sé prima di essere condotta verso la cabina a lei
assegnata, in direzione opposta a quella del piccolo, di cui si
era innamorata a prima vista.
Le parole di Electra facevano pensare che da un momento
allaltro si sarebbero trovati sotto attacco. Invece, i
giorni trascorsero placidi, come non accadeva da tempo.
LArchon diresse la prua verso Sud. Il passaggio attraverso
il canale della Manica fu completato in un lampo. Lenorme
sottomarino dava un ulteriore motivo di ammirazione: la sua
velocità era proporzionale alle sue dimensioni. Jean e Nadia non
la conoscevano con precisione, ma ascoltavano di sfuggita i
commenti dei marinai a bordo. Numerose coste si succedevano, in
tempi brevissimi. Francia, Spagna, Portogallo
sfilarono
tutte via nel giro di pochi giorni, dopodiché la rotta fu
spostata più in mare aperto. Il sottomarino non procedeva più
seguendo la costa metro per metro, ma si avventurava
nelloceano. Trovarsi ben al di sotto del livello del mare
faceva sempre un certo effetto, ma i ragazzi a bordo di un simile
gioiello si sentivano più sicuri, in qualche modo protetti. Per
la verità era Jean il più fiducioso: da tecnico e scienziato,
divorava ogni particolare del colosso. Non passava giorno, ora o
minuto che non elogiasse questo o quel dettaglio. Tanto aveva
lottato con Electra che questa si era vista costretta a
concedergli una visita di tutto il mezzo. Fu Markus ad
accompagnarlo. Era il capo tecnico dellArchon; ne conosceva
ogni anfratto. Inoltre, si era dimostrato un valente pilota. Era
senza dubbio lunico che poteva sopportare le interminabili
disquisizioni scientifiche di Jean. Ovviamente il ragazzo non
esaminò tutta la struttura: ci sarebbero volute due settimane,
come minimo, per prendere visione di tutto. Poté farsi comunque
unidea generale. I corridoi di raccordo tra le varie zone
in cui era suddiviso lArchon erano praticamente identici a
quelli del Nautilus. La novità più esaltante era costituita dal
motore, mosso non più da uno ma da due reattori a fissione
nucleare. Questo doppio sistema di alimentazione dava al
sottomarino il suo incredibile abbrivio. Era un mostro da
centinaia e centinaia di tonnellate, e per farlo viaggiare a
cinquanta nodi serviva una quantità denergia
impressionante. Le stanze dei motori erano tra le più grandi, e
sicuramente le più calde. Infatti vi era solo un passaggio, al
centro, tra i due reattori, adibito al personale tecnico.
LArchon era un capolavoro di tecnologia, ma con il nucleare
la prudenza non era mai troppa, così le squadre di controllo si
succedevano due volte al giorno. Jean riuscì anche ad essere
presente, in una delle sessioni di controllo dei motori. Era
affascinato da quella nuova frontiera della scienza, di cui
riusciva a stento a vedere le applicazioni future. Una parte
consistente delle spiegazioni di Markus fu dedicata alle armerie.
Il parco armi del sommergibile era vastissimo. Poteva combattere
una guerra, e vincerla, senza aiuto. Jean provò a memorizzare
lelenco di cannoni, siluri, missili, mine e
quantaltro vi era a disposizione, ma era unimpresa
superiore alle umane forze. Le cabine degli uomini a bordo erano
disposte lungo due livelli. Comera logico, Jean non andò a
spiare in ciascuna per ammirare i dispositivi di ciascuna camera,
ma rimase colpito nel contare quante ve ne fossero. A colpo
docchio erano molto superiori agli alloggi del Nautilus:
segno che lequipaggio dallultima volta si era
ingrandito non di poco. La maggior parte di essi erano nel
livello inferiore; in quello superiore spiccava la cabina
personale di Electra. Come capitano, aveva diritto a un alloggio
riservato, non addossato a quello degli altri uomini. A Jean e
Nadia furono assegnate due stanze nel livello superiore. La
ragazza era già contenta, pensando alla prospettiva che il
piccolo Elisis si trovava vicino a lei, ma si dovette ricredere
presto. I loro appartamenti erano alla fine del livello
superiore, mentre quello di Electra era situato dalla parte
opposta. Oltre a ciò, la donna era restia a far uscire il
bambino dalla cabina, e meno ancora a farlo giocare con King. Era
naturale che una madre avesse una paura dinferno a lasciare
il proprio figlio tra le zampe di un leone, ma Nadia prese la
cosa come un affronto personale, legandosela al dito. Per King
poi sorse un problema: non poteva dividere la stanza con Nadia,
come faceva da cucciolo. Aveva bisogno di un ambiente tutto per
sé, dove non desse fastidio e non potesse nuocere agli altri.
Gli fu predisposto un vano in una delle stive. Il sistema nervoso
di Nadia ricevette un altro duro colpo; stare senza il suo amico
dinfanzia, non poter accarezzare il suo pelo o giocare con
la criniera la rese furente e intrattabile. Jean, daltra
parte, protestò per il fatto che erano state assegnate loro due
stanze separate, invece che una. A nulla valse ricordare che sul
Nautilus avevano dormito assieme, durante le prime notti a bordo.
Quelli erano altri tempi, ora non erano più bambini, e non
potevano comportarsi come tali. Le due cabine erano contigue, ma
nonostante ciò Jean odiava quella divisione. Sentiva come se gli
avessero tolto qualcosa, magari il diritto di stare vicino alla
ragazza che intendeva proteggere. Che voleva bene. Se non altro,
erano padroni di entrare e uscire ogni volta che lo desideravano.
Electra sotto certi aspetti era più malleabile del capitano
Nemo, quindi i ragazzi non fecero fatica a convincerla ad
eliminare la regola di chiedere il permesso per spostarsi. Una
delle sere di tranquilla navigazione, Jean uscì dalla stanza.
Era notte fonda, tutti dormivano a parte gli uomini di turno in
cabina di comando. Sperava che la spia dellapertura della
porta, su in cabina, passasse inosservata. Si mise davanti alla
camera di Nadia, il cui ingresso si aprì. I due erano rimasti
daccordo di non chiudere mai le porte delle rispettive
stanze. Era un modo per continuare a stare insieme, seppur di
sottecchi. Nadia non aveva acceso la luce. Le piccole lampadine
rosse, che correvano lungo i corridoi proprio per illuminare la
via al buio, introducevano un flebile alone. La macchia di luce
rossastra illuminava i contorni del corpo della ragazza. Era
seduta sul letto, immobile. Teneva le mani a coppa, poco discoste
dal petto, parallele alla pietra. Era concentrata, in una specie
di comunione spirituale con essa. Jean le passò davanti, senza
che questa si accorgesse di nulla. Aprì gli occhi, tornando alla
realtà, solo quando il ragazzo accese un lume sullo scarno
comodino.
Cosa stavi facendo?
Io
non so
Scommetto che provavi a riattivarla.
Nadia la guardò sconsolata. Sì, in effetti era quello che stava
tentando di fare da giorni, ma senza nessun risultato. Tutti
nellArchon contavano che prima o poi si sarebbe inventata
qualcosa per ridare potere alla pietra. Ma più passava il tempo,
più si convinceva che avrebbe deluso le aspettative.
La signorina Electra è convinta che tu possa farcela. E lo
credo anchio, sai.
Electra! Quella stupida
Che ti ha fatto, adesso? Jean si sedette al suo
fianco, rassegnandosi nel sentire unaltra delle invettive
di Nadia contro di lei.
Non hai visto come ti ha ricoperto di attenzioni? Jean, sei
tu a decidere se vuoi restare, Jean, so che potrai esserci molto
utile, Jean, sicuro che puoi visitare il sommergibile
quella donna mi disgusta.
È per il bambino, vero?
Eh? Bingo! Mai come prima Jean era andato al nocciolo
della questione. Nadia, come al solito, cercò di essere evasiva.
No, cosa vai a pensare, lui non centra.
Nadia, non venire a contarmi frottole. Si vede che ti sei
legata a lui, anche se lo hai conosciuto da pochi giorni. A
proposito, non mi sbaglio se penso che lui è
No. Non ti sbagli, è il figlio che mio padre le ha
lasciato. È mio fratello, Jean.
E allora, dovè il problema?
Ma non vedi come lo tratta? Non lo fa uscire, sta sempre
rinchiuso in quella dannata cabina come un animale
Quella
donna è la peggiore delle madri.
Non giudicarla così, Nadia. Nessuna madre vuole il male
per il figlio, quindi se Electra agisce in questo modo ci
devessere senzaltro un motivo valido. Soltanto, noi
non lo conosciamo ancora.
Eppure chiedo solo di passare un po di tempo con lui,
di conoscerlo. Chiedo tanto, secondo te? Nadia quando si
arrabbiava diventava più feroce di una tigre. Ora però,
vedendola triste, si sarebbe commossa anche una statua. Jean,
poi, era divorato dal dispiacere. In effetti la sua era una
richiesta legittima: della sua famiglia, restava soltanto lui.
Inoltre, il fatto che portasse il nome del padre immancabilmente
fondeva il ricordo di questultimo con limmagine del
bambino che strepitava e si aggrappava alla criniera di King, per
esserne trascinato. Abbracciarlo significava entrare in contatto
con il padre, recuperare nei limiti del possibile un rapporto
stroncato dalla morte. Jean rimase molto tempo ad ascoltarla.
Sfogarsi con lui del mancato appagamento la faceva sentire
meglio. Almeno così riusciva ad addormentarsi, e a riposare
qualche ora. Fu Jean a coprirla alla fine di un lungo sermone
contro Electra. Solo la stanchezza era stata in grado di fermare
le sue parole. Il ragazzo tirò su le coperte, a coprire Nadia,
ripromettendosi che avrebbe convinto Electra a qualunque costo a
permettere alla sua amica di stare con il fratellino. Le acque
dellAtlantico si facevano gradualmente sempre più calde:
lArchon si stava addentrando nella fascia equatoriale. La
temperatura allinterno dello scafo era mantenuta costante
da un sistema di ventilazione, quindi lequipaggio non
risentì direttamente del cambiamento. Fu in una di queste
mattine che Jean, prendendo il coraggio a due mani, decise di
recarsi in cabina di comando. Era stato espressamente vietato a
lui e a Nadia di andarci, perché quella era il punto chiave del
sottomarino, riservato al solo personale autorizzato. A nulla
valsero i consigli degli uomini del nuovo equipaggio, che Jean si
era fatto amico in breve tempo, né quelli del vecchio. Era
determinato a risolvere la questione con Electra. Per la verità,
anche se il capitano aveva emanato lordine di non farli
passare, nessuno ebbe la fermezza di seguirlo. Il ragazzo dal
ciuffo ribelle e dagli occhi vispi aveva stregato tutti. Ebbe
perciò la strada spianata, corridoio dopo corridoio, fino al
portone di ingresso della cabina. Era più massiccio delle altre
porte: infatti, nel caso che qualcuno riuscisse a penetrare
nellArchon, questo poteva chiudersi ermeticamente.
Costituiva lultima difesa a protezione del capitano. Anche
questa, più lentamente delle altre, si schiuse quando Jean
entrò nel raggio dazione della sua fotocellula. La sala
che gli si mostrò era luminosissima. Una serie di pannelli,
disposti lungo il soffitto, diffondevano luce in un ambiente a
forma di testa di pesce. Da quanto gli avevano spiegato, quella
camera corrispondeva al bozzo che si vedeva sulla parte superiore
dello scafo. Tuttattorno erano collocati monitor, schermi
di radar, diagrammi dei dati interni, e quantaltro serviva
alla navigazione e al controllo dello scafo. Vi erano sei uomini
addetti a queste attrezzature, tra i quali Jean riconobbe Echo,
uno dei membri dellequipaggio del Nautilus che erano
rimasti al fianco di Electra. I lunghi capelli neri, lisci come
spaghetti, coprivano il quadrante del radar. Davanti a tutti, ai
comandi di una grossa cloche, cera Markus. Gli altri
quattro erano invece accomunati dalla loro espressione; non
cattiva, senza dubbio, ma alquanto offesa. Il ragazzo si trovava
nel sancta sanctorum del sottomarino. Nessuno senza previa
autorizzazione poteva accedervi. Al centro, su una pedana
rialzata, quasi come se fosse su un trono, sedeva Electra. Buffo,
pensò Jean. Una volta quel seggio spettava al capitano Nemo. Ora
Electra, il suo vice, dirige un colosso dei mari e il suo
equipaggio con la sua stessa decisione. In effetti quella
decisione Jean la provò sulla sua pelle nel giro di un attimo;
la donna balzò dalla propria postazione, per dare inizio a una
sonora ramanzina.
Jean! Ti avevo espressamente detto di non salire qui in
camera di controllo. Qui non sei che un intralcio.
Cominciamo bene, mugugnò il ragazzo. Ma scoraggiarsi alla prima
asperità non aveva mai fatto parte del suo carattere. Così, per
nulla turbato, introdusse il problema di cui voleva parlare.
Mi dispiace di aver disobbedito ad un suo ordine, signorina
Electra, ma vede cè qualcosa di importante che devo
dirle.
Qualcosa di tanto importante da non poter aspettare che io
lasci il posto di comando, oggi pomeriggio?
Sì, signorina.
E va bene. Electra si rassegnò ad ascoltare il
ragazzo. Certo, non poteva sbatterlo fuori. In questo modo
avrebbe sicuramente agito il capitano Nemo; proprio questo suo
modo di fare duro e spigoloso spesso li aveva messi in
disaccordo.
Dimmi, Jean. Ti ascolto.
Si tratta di Nadia. Il problema
riguarda lei.
Nadia? Cosa le è successo?
Nulla, signorina, non si preoccupi. È che in questi giorni
è molto giù di morale.
Mi dispiace. Posso capire che da un po di tempo a
questa parte per lei le cose non siano andate per il meglio, e
che abbia spesso rischiato la vita. Ma ora può stare tranquilla,
qui con noi sarà al sicuro.
No, non è questo. Cè dellaltro.
Jean sapeva di dover inserire largomento con tatto. Se
cè qualcosa che può far infuriare oltre ogni limite una
madre, è dirle che sbaglia nel comportarsi con il figlio.
Cercava le parole adatte, ma gli attimi che perdeva pensando
andavano ad irritare Electra.
Jean, allora? Se hai qualcosa da dire fatti avanti,
altrimenti torna nella tua stanza.
No, no, signorina. Vede, si tratta
del piccolo
Elisis. Come previsto il volto della donna si incupì.
Elisis? Cosa centra lui con Nadia?
Ecco
Nadia è entrata in sintonia con lui appena
lha visto. Le dispiace che il bambino esca così di rado
dalla vostra cabina personale. Sa che gli piace giocare con King,
e
e anche a lei piace molto passare del tempo con
lui.
Electra non lo aveva interrotto: buon segno, voleva dire che
almeno lo stava ascoltando senza montare larrabbiatura.
Così proseguì.
Io credo che le ricordi suo padre. Gli somiglia parecchio.
È anche per questo che a Nadia piace passare del tempo con lui.
Dopotutto, è anche sua sorella. Ed Elisis è tutta la famiglia
che le rimane. Sa, Nadia non è venuta di persona perché è
testarda come un mulo. Ma so che trascorrere i giorni di
permanenza qui in compagnia del piccolo è la cosa al mondo che
la farebbe più felice.
Elisis non ha nemmeno tre anni, come puoi pensare che lo
faccia girare da solo nel sommergibile? Credi che questo sia un
posto adatto a lui? Potrebbe farsi male dovunque, e io certo non
posso corrergli dietro tutto il giorno.
Ma starebbe con Nadia. Sono convinto che lei non lo
perderebbe di vista un solo minuto. Così potreste stare
tranquilla.
E che mi dici di King? Se fosse stato ancora un cucciolo,
non avrei avuto nulla in contrario. Ma ora è un leone adulto!
Che succederebbe se Elisis inavvertitamente lo innervosisse?
Potrebbe sbranarlo in un attimo, ecco che succederebbe. No, non
se ne parla neanche.
Vi sbagliate, King è sì un leone adulto, ma dentro è
rimasto cucciolo. Non farebbe mai del male, se non fosse
attaccato.
Jean! La discussione finisce qui! Non voglio più
parlarne! Electra in quel momento sembrava davvero una
tigre che difendeva il suo cucciolo. Avesse avuto zanne e
artigli, non si sarebbe fatta scrupoli ad utilizzarli contro il
ragazzo.
Ma signorina
Jean cercava faticosamente di
portare avanti il discorso, ma lo bloccò una sirena di allarme.
Loperatore al radar si agitava freneticamente, alla luce
intermittente di una spia rossa.
Capitano. Oggetti non identificati a ore due.
Sono loro?
Da qui non si può dire con certezza, ma credo di sì,
signore.
Quanti sono?
Due, capitano. Non credo che ci abbiano visti, altrimenti
avrebbero puntato verso di noi. Invece continuano a dirigersi
nella stessa direzione.
Ai posti di combattimento.
Lordine di Electra si diffuse a macchia dolio nel
sottomarino. Ad ogni livello, gli uomini prendevano le loro
posizioni, chi ai cannoni, chi ai tubi di lancio dei siluri, chi
a controllare le variazioni di potenza del motore, e così via.
In cabina di controllo la tensione saliva rapidamente. Stava
quasi diventando unentità viva, da toccare con mano.
Proseguiamo diritti. Mantenete costante la velocità.
LArchon sfrecciava verso i due oggetti, senza accennare a
rallentare. Non avrebbe fatto in tempo a speronarli, ma sarebbe
arrivato loro in coda se qualcuno non provvedesse a fare la prima
mossa.
Sono sharker, capitano. Navigano luno accanto
allaltro, probabilmente sono una pattuglia stanziata in
questa zona.
Tenetevi pronti.
Il fondale in quel punto era regolare, piatto, senza grossi
rilievi. Eccetto uno. Si ergeva come una piccola montagna, con
tutta la consistenza delle sue colleghe terrestri. Era
lunico ostacolo dietro cui si potevano parare i mezzi
nemici. Il sottomarino continuò a guadagnare terreno, in scia ai
due sottomarini. Jean si rese conto del loro aspetto solo quando
apparvero su uno schermo. A occhio erano molto più piccoli
dellArchon. Con lui condividevano la forma allungata e
appuntita allestremità. Dovevano il loro nome alle tre
pinne che si staccavano dallo scafo, due lateralmente
e una sulla parte superiore; con un po di fantasia
ricordavano uno squalo.
Attivate lo scudo magnetico.
Uno dei piloti, alla destra di Electra, premette un interruttore
giallo, che si illuminò come una lampadina, dopodiché fece
scorrere due indicatori. Quando questi raggiunsero il limite
nella loro scala graduata, sul vicino quadro attorno
allabbozzo del sottomarino apparve un guscio rosa acceso.
Scudo magnetico attivato.
Preparatevi allattacco. Electra sapeva che gli
uomini negli sharker avrebbero notato la fonte di energia, al
momento dellattivazione dello scudo. Così, attaccò per
prima.
Siluri uno, due, tre e quattro, fuori!
Nel giro di pochi secondi i quattro siluri erano stati sparati
dalla prua del sottomarino, diretti verso gli scafi nemici. Come
previsto i piloti di questi ultimi si accorsero della presenza
dellArchon. Cercarono di evitare i siluri cabrando verso
laltro, ma per uno di loro la manovra era stata troppo
tardiva; fu colpito da due proiettili, allaltezza della
coda. Dallesplosione uscì indenne laltro
sottomarino, che riuscì ad evitare laltra mortale coppia.
A sua volta lanciò un paio di siluri, che si schiantarono contro
lo scudo invisibile. LArchon tremò per qualche attimo, ma
non aveva riportato nemmeno un graffio sul possente rivestimento
esterno. Laltro sharker arrancava vistosamente. Partita la
coda, aveva perso la spinta dei motori. Evidentemente imbarcava
acqua, e gli incendi avevano reso la situazione allinterno
un vero inferno. Precipitava verso il fondo, senza possibilità
di salvezza.
Seconda serie di siluri, fuori!
Altri quattro missili furono lanciati in direzione del già
condannato sommergibile. Non poté far nulla per evitarli.
Scomparve in una lucente fiammata, accompagnata dallonda
durto. Gli occupanti dellArchon ne risentirono: il
campo magnetico, se era una efficientissima difesa contro i
siluri, non serviva a parare le ondate. In cabina solo Jean fu
colto di sorpresa dallimprovviso boccheggio, sbattendo
contro lo stipite dellingresso. Il primo sharker, quello
ancora non colpito, aveva approfittato del momento favorevole per
raggiungere il riparo dietro la parete di roccia.
Dovè laltro?
Si è nascosto, capitano. Dietro quella montagna.
Aggiratela. LArchon compì pesantemente quella
manovra. La sua stazza gli impediva di effettuare movimenti
veloci, specie in zone ristrette. Non appena il muso sbucò
dallaltra parte della parete, il sottomarino di Argo fece
fuoco. Fu unidea frutto della paura e della disperazione,
poiché le raffiche di siluri non facevano altro che decantare le
qualità difensive dello scudo magnetico. In quello stesso tempo
avrebbe potuto darsi alla fuga. O perlomeno provarci, sfidando la
velocità dellArchon.
Fuoco.
Electra non ebbe tentennamenti nel condannare quegli uomini a
morte. La terza scarica ridusse il sottomarino nemico a
brandelli, prima di scoppiare. La violenza dellesplosione
però fece frantumare il versante del muraglione, le cui pietre
si riversarono sul sommergibile di Electra. Lo scudo magnetico
parò anche questi colpi, ma Jean sentì chiaramente
dalladdetto che la resistenza della barriera era al limite,
e che sarebbe saltata entro pochi attimi. A conti fatti, avevano
causato più danni quelle pietre che i siluri in precedenza.
Electra diede istantaneamente ordine di portare i motori a pieno
regime. Laccelerazione data dai reattori fu poderosa, tale
da tirare fuori il sommergibile da quella pesante pioggia. I
massi precipitavano sul fondo, sollevando un polverone che
intorbidava gli strati dacqua più bassi, sotto di loro.
Rapporto dei danni?
Nulli, signore. Lo scudo ha parato ogni attacco.
Latmosfera andò via via perdendo quella cappa plumbea che
aveva assunto dallinizio dellattacco, ed Electra da
belva assetata di sangue riassunse unespressione umana.
Li avete uccisi
sterminati, così, a sangue
freddo! Jean non riusciva a concepire che Electra avesse
potuto compiere una cosa simile. Anche se quelli erano uomini di
Argo, non accettava che ella avesse attaccato per prima col
preciso scopo di ucciderli.
Capisci ora perché non voglio che tu venga in cabina di
controllo? In frangenti come questo non abbiamo bisogno dei
moralismi di un ragazzino.
Altro che moralismi! Qui si tratta di vite umane, e voi le
avete spazzate via come se nulla fosse!
Ora basta! Se vuoi rimanere ancora a bordo, và nella tua
stanza! E non ti azzardare a giudicare più il mio operato!
Jean fuggì letteralmente, disgustato da quella dimostrazione di
crudeltà cieca. Quello che Electra aveva fatto la parificava ad
Argo. E questo era un pensiero che lo faceva star male. Ma
soprattutto, si chiedeva: come mai, lei, che aveva sempre
contestato il capitano Nemo quando faceva qualcosa di simile, ora
si comportava nella stessa maniera? Cosa le era successo? Da che
era dipeso questo radicale cambiamento?
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