Il Mistero della Pietra Azzurra

La Resurrezione di Atlantide
*
By Antares


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Il ronzio del motore si ripeteva, monotono, minuto dopo minuto. L’elica del fuoribordo formava sull’acqua una lunga scia di spuma bianca. Sembrava la bava di un mostro marino. Il mare in quella giornata si presentava calmo: non c’erano ondate più forti che potessero eventualmente ribaltare il motoscafo. Con buona probabilità era la prima occhiata benevola della dea Fortuna dall’inizio della giornata. La distesa azzurra, che si estendeva a perdita d’occhio, fino all’orizzonte e poi oltre, ispirava serenità. Era proprio quello che Jean e Nadia avevano bisogno, cercare di ritrovare una serenità interiore. Più facile a dirsi che a farsi, con gli uomini di Argo pronti a sparar loro addosso. Sfruttavano perciò ogni attimo di quella tanto sospirata quiete. Chissà se e quando si sarebbero potuti sedere a meditare su gli avvenimenti che stavano stravolgendo la vita di entrambi.

“Insomma, dove si è andato a cacciare?” il capo ruppe il fragile momento di stasi. Scrutava in avanti, perplesso, e se la prendeva con il pilota del motoscafo.

“È rimasto alle spalle del promontorio, capo. Ora lo aggiro.” Eseguì la manovra ad alta velocità, compiendo una curva parabolica. Nadia, che era seduta sul lato destro, si ritrovò quasi in acqua quando il mezzo si inclinò. King, che era già atterrito da quando ci aveva messo piede, iniziò a tremare come un gattino bagnato. Dopo l’ampio curvone, si lasciarono la sporgenza rocciosa alle spalle. La linea della costa era frastagliata, e dopo di questa ce ne erano diverse altre.

“Ecco, tra poco dovremmo esserci. Si è fermato in una di queste insenature.”

“Era ora. Non resisto più con questo coso sulla faccia.” Lantan si lagnava della maschera di flanella, che lo stava martorizzando da ore.

“Allora perché non lo togli?” il suggerimento di Nadia sapeva molto di provocazione. Lantan non la raccolse, e si voltò in avanti.

“Perché dobbiamo prima aspettare che il capo ci dia il permesso. Ma non si deve preoccupare. A momenti lo conoscerà anche lei.”

“Il capo? Scusa, non sei tu quello che dà gli ordini qua in mezzo?” si frappose Jean.

“Io? Sì, certo, io comando i miei ragazzi, quelli che tu vedi qui. Ma il grande capo non sono io.”

“E chi è allora?”

“Non sarò certo io a dirtelo. Sarà lui stesso a presentarsi, se lo vorrà.”

“Eccolo. Siamo arrivati.” Tobias attirò l’attenzione di tutti, che la trasferirono in seguito all’enorme oggetto che sbucava da una delle piccole baie. La parte visibile comprendeva sì e no la metà dell’intera struttura. Nel suo insieme era lungo più di centocinquanta metri e alto quindici, senza contare lo scafo sommerso. La forma era allungata, snella in rapporto alle gigantesche dimensioni. La prua terminava come un cuneo, la cui punta era rialzata verso l’alto, ben lontana dalla superficie del mare. A poppa vi era un’altra cuspide, rivolta all’indietro a mò di cresta. In corrispondenza del centro, all’incirca, si distaccavano due alettoni, uno per lato. All’estremità di entrambi era posto un cilindro, lungo cinque metri e largo tre, che con tutta probabilità servivano a mantenere stabilità. Poco più indietro la linea del dorso si rialzava, fino a formare una calotta. Piuttosto piatta, era tra le poche cose che rompevano l’armonia idrodinamica. Una volta giunti a ridosso dell’enorme sommergibile, Jean e Nadia emisero un unico sospiro, all’unisono.

“Il Nautilus…”

“Vi sbagliate. Questo non è il Nautilus.” Avrebbero voluto chiedere quale fosse il suo nome, a chi appartenesse, ma lo stupore li pervase. Rimasero zitti a contemplare la struttura corazzata, che risplendeva ai raggi del sole, riflettendone la luce sull’acqua. Sul fianco si aprì un boccaporto, nel quale il motoscafo si affrettò a entrare. Era simile a una grotta sotterranea; buia, fredda e umida. Chiuso il portello, si accesero però un’infinità di luci. Esse rivelavano un hangar vastissimo, adibito allo stazionamento di velivoli, piccole imbarcazioni, e mezzi terrestri. Una valvola fece scolar via l’acqua entrata assieme al gommone. Quando toccarono terra, i due ragazzi con il leone al seguito furono invitati a scendere e a salire la lunga scala che conduceva ai livelli superiori. Markus aveva poco prima detto che quello non era il Nautilus. Strano, vi era così simile. Il deposito in cui si trovavano somigliava in maniera impressionante a quello dove, tre anni prima, vi erano piombati allorché il capitano Nemo aveva dato ordine di salvarli. Si trovavano in mezzo all’oceano, e l’acqua creò un gorgo sotto di loro, risucchiandoli. Al risveglio, guardandosi attorno, erano all’interno del Nautilus. Come in quest’ultimo, anche qui le porte si aprivano da sole, avvertendo tramite un sensore il passaggio della persona. I corridoi erano lunghi e angusti. Jean e Nadia ne attraversarono diversi, sempre scortati da quegli uomini.

“Capitano, i ragazzi sono qui.” Il comandante del gruppetto calcò un pulsante sulla parete. Comunicava con questo sedicente capitano attraverso una specie di microfono, anche questo un dettaglio presente nel sottomarino che conoscevano.

“C’è anche Jean?”

“Sì. Lo trattengo fuori?”

“Non ce n’è bisogno. Fallo entrare con Nadia.” La porta si aprì emettendo un rumore caratteristico, simile a un soffio. La stanza all’interno era rivestita in legno pregiato. Le pareti erano ricoperte da scaffali, tutti stracolmi di libri. Sul pavimento, un tappeto a tinte rosse dai tratti orientali. Era una stanza insolitamente spaziosa, ragionando nell’ottica di un sottomarino. Sul fondo, campeggiava una mappa raffigurante le terre conosciute. Era così estesa da occupare un intero muro. Di fronte ad essa, troneggiava una scrivania di legno chiaro. C’era una persona seduta dall’altro lato del tavolo. Era di spalle. L’elemento che i due notarono istantaneamente fu che questa aveva dei capelli biondi, molto luminosi. Scendevano ad arrivare fin quasi alle scapole. La figura ruotò sulla sedia. Era un donna, come prevedibile. Quello che non si aspettavano, però, era di conoscere quella donna. Gli occhi, blu cobalto, i capelli color dell’oro puro, la pelle scura come quella di Nadia. I due ragazzi rimasero a bocca aperta nel trovarsela di fronte, proprio lì, per la seconda volta dopo tanto tempo.

“Electra!”

“Ciao, Nadia. Ciao, Jean. Sono molto felice di rivedervi.”

“Electra, cosa ci fa qui?”

“Mi stupisci, Jean. Un genio del tuo calibro fa delle domande così banali e stupide?” Jean assunse il colore di un peperone maturo. Compì uno sforzo inaudito, cercando nella sua mente la cosa più intelligente che potesse chiederle.

“Dove ci troviamo ora?”

“Vi trovate a bordo dell’Archon. È un sommergibile.”

“Credevamo fosse il Nautilus.” Intervenne Nadia. Si era trovata sempre a disagio nel conversare con Electra, magari per la differenza di età – era otto anni più grande di lei – o più probabilmente perché aveva sempre paura che le soffiasse il suo Jean. Tre anni prima, sul Nautilus, non passava giorno che non avesse questo timore.

“L’Archon? E dove l’avete trovato?”

“Ti ricordi della nostra vecchia base sotto i ghiacci dell’Antartide? Era lì, ben occultato in uno degli immensi cantieri.” Electra si alzò, mostrando la sua figura aggraziata. Era un’atlantidea, come Nadia, e si vedeva. Sembrava uguale all’ultima volta; soltanto, leggermente più appesantita. Non grassa, il suo fisico era sempre atletico, ma meno slanciato di come se la ricordavano. Passò oltre il banco, accarezzando i libri riposti sui ripiani come se fossero degli animaletti da compagnia.

“Originariamente era solo un prototipo. Quando lo trovammo, non era nemmeno completamente costruito. Ci sono voluti quasi tre anni per completarlo.”

“Vuole dire che sin dall’indomani dopo la battaglia con Argo lei si è messa alla costruzione del sottomarino?” Electra sorrise.

“No… non subito dopo. E comunque non ero sola. Ad aiutarmi c’era l’equipaggio del Nautilus. E coloro che hanno preferito smettere di lottare, di tentare di condurre una vita normale, sono stati rimpiazzati da elementi validi.”

“Come gli uomini che ci hanno prelevato?”

“Sì, esatto. Loro sono tra i membri nuovi.”

“Hanno tenuta nascosta la loro identità per tutto il tragitto. Lei mi sa spiegare il perché, signorina Electra?” tipico di Nadia attaccare con una battuta alquanto velenosa. Electra però si difese bene, e non si scompose.

“Non sapevo quale poteva essere la tua reazione, Nadia. E soprattutto, ero preoccupata per quella di Jean. Se si fosse opposto, sarebbe stato necessario allontanarlo. E ovviamente in un caso del genere non avrei potuto permettere che vedesse i volti dei miei uomini, ti pare?”

“Per la verità, signorina, io ho fatto resistenza. Ma è stato inutile, erano tutti troppo ben addestrati. Soprattutto quello grosso; non sarei mai riuscito a liberarmi di lui.” Nadia odiava le sviolinate che Jean faceva a quella svampita. Avrebbe voluto cavargli gli occhi, prima a lui e poi alla megera.

“Stai senz’altro parlando di Tobias. In effetti gli ho consigliato di mettersi a dieta, ma non vuole ascoltarmi. È uno a cui piace mangiare, e tanto.”

Electra pigiò un bottone sulla scrivania. L’ingresso alle spalle dei ragazzi si aprì.

“Visto che siete entrati già in confidenza, credo sia giusto farveli conoscere come si deve. Ragazzi, entrate, per favore.” Il gruppo dei cinque uomini fu preceduto da King, che irruppe nella stanza come una furia. Non aveva tollerato che la sua padrona scomparisse così all’improvviso. Era irrequieto, e tra i denti emetteva un mezzo ruggito.

“Ci dispiace, capitano Electra, ma non siamo riusciti a trattenerlo.”

“Capitano Electra?” Jean e Nadia sobbalzarono. Prima quell’attributo era riferito al padre di Nadia. Adesso, su di lei, faceva tutt’un altro effetto.

“Sì, sono il capitano di questo sommergibile. Dopo la scomparsa…” qui si fermò. Chinò la testa, e prese uno straziante respiro. Il dolore per la perdita del suo amato non si cancellava. Forse, non si sarebbe cancellato mai. “… del capitano Nemo ho preso io i suoi gradi, quale ufficiale di livello più alto.” Aveva afferrato un lembo della nera uniforme che indossava: lo girava tra le dita, lo tirava quasi a volerlo strappare. Il solo ricordo dell’uomo che aveva amato più di se stessa la dilaniava nel profondo. King si acquietò nel vedere di nuovo la ragazza, sulle cui gambe prese a strusciarsi.

“Non ditemi che… Nadia, è King questo?” Electra ricacciò a forza la tristezza nell’abisso della sua anima, giù, dal buio dei ricordi da dove era risalita. Nadia fece di sì con la testa.

“Sono rimasto stupito anche io quando l’ho visto, Electra. È che ce lo ricordavamo come un cucciolo, mentre ora è adulto.”

“È una gran bella bestia. Non riesco a capire come sia riuscita a crescere così vigorosa in uno stato di semi-cattività.” Alle spalle di Jean il gigante guardava benevolo l’animale, che si era sdraiato a terra. Come quando era cucciolo, godeva nel farsi accarezzare il ventre.

“Ora non c’è più pericolo, ragazzi. Potete togliervi le maschere.”

“Finalmente! Altri cinque minuti e me la sarei mangiata.” Lantan fu il primo a smascherarsi: Jean provò invidia, anzi, per essere più esatti, un vero e proprio senso di inferiorità. Non che si considerasse un Adone, ma credeva di poter reggere il confronto con gli altri. Almeno finché non vide il volto di Lantan. Bello era dire poco: occhi azzurri in cui ci si poteva specchiare. Capelli biondo platino, che discendevano lunghi, armoniosi, sulle spalle. Lineamenti perfetti, impreziositi da un naso aquilino. Jean si sentì ancora più male quando notò che anche Nadia era rimasta fortemente colpita dal suo magnetismo.

“Certe volte ti lamenti come un bambino, Lantan.” Tobias rispecchiava in pieno l’idea che Jean si era fatto di lui. Collo spesso quanto un ciocco di legna, naso e labbra prominenti, occhi scuri e quasi invisibili, tra gli avviluppi di pelle in cui erano compressi. A monte della testa, non vi era un solo capello. Rifletteva la luce come una lastra d’alluminio. Markus si rivelò essere il più giovane. Con buona approssimazione aveva la stessa età di Jean. Di stirpe scandinava, come presentava il suo nome, era relativamente basso rispetto alla media dei suoi conterranei. Gli occhi splendenti e i capelli castani, chiari tanto da sembrare lingue di fuoco, erano perfettamente in regola.

“E il quinto?” Electra si rivolse al capo della spedizione. Di lui, i ragazzi non avevano ancora sentito il nome, sebbene fosse stato il più presente nelle difficoltà. Era sì piccolo, ma un concentrato di iniziativa e coraggio.

“Lo sa, fa parte degli addetti alla manutenzione, non della mia squadra. Appena ha potuto, si è svincolato per tornare dai suoi compagni.” L’uomo si sfilò la maschera. Jean fu paralizzato. Adesso collegava tutti i particolari che aveva notato. I capelli a boccoli con la barba incolta, abbinati a quel corpo esile, non lasciavano dubbi.

“Menjor!”

“Ciao, Jean. È piccolo il mondo, eh?” Menjor rise fragorosamente, come solo lui sapeva fare. Metteva di buon umore chiunque lo sentisse sbellicarsi. D’altro canto, una bella risata era quello che ci voleva dopo tutti quei momenti di tensione. Jean si rivolse ad Electra, a metà tra l’incredulità e un principio di rabbia.

“Ma io l’ho già incontrato, a Londra. Volete dire che…”

“Che ti tenevamo d’occhio, esatto. Per la verità, già da prima che partissi da Le Havre. È da un po’ che Argo ha messo gli occhi su Nadia e sulla sua pietra, e siccome sapevamo che in un modo o nell’altro lei sarebbe riuscita ad avvertirti, ti abbiamo fatto seguire da un nostro uomo, in Francia. Menjor è stato informato del tuo arrivo ben prima che tu avessi toccato terra inglese.”

“Quindi è sicuro? C’è di nuovo Argo a capo di Neo Atlantide?”

“Sì, Jean. Non sappiamo come, ma Argo è riuscito a salvarsi dall’esplosione del Noè Rosso.”

“Ma è morto ben prima che esplodesse! È diventato un statua quando ha toccato la sfera di potere generata dalla pietra azzurra!”

Electra non rispose subito. Quello del ritorno di Argo rimaneva un mistero anche per lei.

“Lo so. Sembra incredibile, però è così. Argo è tornato, e vuole la pietra.”

“Ma io non c’è l’ho più! L’ho perduta quel giorno.” Nadia avrebbe voluto dire di più, ma l’emozione la sopraffece. Quel giorno di tre anni prima aveva utilizzato per l’ultima volta l’incommensurabile potere della pietra azzurra. Con esso aveva salvato il suo Jean. Ma a che prezzo… Nadia dovette compiere una terribile scelta. Poteva strappare alla morte solo una persona; da una parte, il suo più caro amico. Dall’altra, suo padre. Per quanto aveva tentato di convincersi che aveva fatto la scelta giusta, che suo padre si era comunque sacrificato in seguito per cancellare dalla faccia della Terra le mostruosità partorite dalla mente malata di Argo, il rimorso la rincorreva ancora. Electra sospirò. Tornò dietro la massiccia scrivania, aprendone un cassetto. Da esso estrasse un cofanetto, intarsiato di fregi dorati. Sul coperchio, l’occhio di forma ovale, simbolo di Atlantide. Lo aprì. Tra le mani, rigirò un filo di stoffa vecchia e consunta. Ad esso era legata una montatura. Dal colore sembrava oro, ma Nadia sapeva che era ottone lucidato. Era a forma di rombo, grande circa quanto la metà del palmo di una mano. Essa cingeva un sasso grigiastro. Il suo aspetto era inconfondibile. Quello che Electra le stava porgendo non era un semplice sasso, bensì lo scrigno in cui era racchiuso tutto il passato di Nadia.

“Questa è… è…”

“Hai indovinato, Nadia. È proprio lei. È la pietra azzurra.”

“Come l’ha avuta? Dove l’ha trovata?” A Nadia non sembrava vero: stringere di nuovo a sé il suo antico tesoro.

“Bè… non è facile da spiegare. Anzi, per essere esatti non è per niente facile da credere. Ad ogni modo è andata così: una sera di circa un mese fa ho avuto un sogno strano. Ero in mezzo… al nulla, non c’era nient’altro che una luce azzurra che pervadeva tutto, attorno a me. Ad un certo punto, in lontananza ho visto accendersi qualcosa. Emanava una luce abbacinante, facevo fatica a sopportarla. Poi ho sentito una voce. Non l’avevo mai sentita prima, però dal timbro mi è parso che fosse di una persona giovane.”

“E dopo cos’è successo?” Jean ad ogni particolare descritto da Electra sobbalzava: il sogno fatto dalla donna era troppo, troppo simile al suo; la luce azzurra, la voce… troppe cose coincidevano. Avrebbe voluto raccontarle della sua esperienza. Era convinto che fosse legata a quella che stava illustrando. Fu inibito però dalla presenza di Menjor e dei suoi uomini: non gli avevano fatto una cattiva impressione, ma convenne che era meglio non fidarsi ciecamente di qualcuno che si era conosciuto poco prima. Per una volta, faceva contenta Nadia.

“La voce mi ordinava di andare avanti, di raggiungere la fonte di quella luce. Sulle prime non le ho dato ascolto, ma non c’è stato verso. Il comando mi è arrivato una seconda volta, con l’impeto di un uragano. Mi sono avvicinata pian piano, cercando di capire verso dove mi stavo dirigendo. Alla fine, arrivata alla fonte, ho capito di cosa si trattava. Era la pietra azzurra. Stava sospesa a mezz’aria. Non aveva l’aspetto di un sasso, come la vediamo adesso, bensì la sua forma originaria.” Electra di tanto in tanto prendeva una pausa. Sembrava che ella stessa non volesse ancora credere a quello che aveva visto. Nadia al contrario era assetata di sapere.

“Continui, per favore.”

“Istintivamente ho allungato la mano verso la pietra. Più la avvicinavo, maggiore era la sensazione di calore che avvertivo. Non appena l’ho sfiorata con la punta delle dita… mi sono svegliata.”

“Tutto qui?”

“Jean, vedo che tre anni non sono bastati a toglierti il vizio. Non sai ascoltare, interrompi sempre le persone.” La ramanzina lo fece sentire come un verme. Nadia, poi, sembrava approvare quanto sentenziato da Electra, così che Jean si trovò in contrasto fra due sentimenti. Da una parte era felice che per una volta Nadia ed Electra fossero d’accordo riguardo qualcosa; dall’altra, non mandava giù il fatto che quel qualcosa che le metteva d’accordo fosse un suo difetto.

“Non farci caso, Jean, al capitano piace punzecchiarci, una volta tanto. Dice che ci stimola a migliorare. Secondo me però non fa che logorarci i nervi.” Menjor si schierò in difesa del ragazzo, badando di non farsi sentire dalla donna: era angelica soltanto in apparenza. All’interno nascondeva una personalità da vera lottatrice. Nadia stemperò il momentaccio, esortando Electra a concludere.

“Quando mi sono svegliata, stavo dicendo, ho visto nella mia cabina la stessa luce del sogno. Era la pietra che brillava, davanti a me. Mi sono alzata subito. Come nel sogno, fluttuava in aria, ed aveva il suo solito colore azzurro. Nel momento in cui l’ho afferrata, si è letteralmente spenta. Si è tramutata nel sasso che ora hai in mano.”

“Sembra incredibile…”

“Già. Ma ora che è di nuovo in mano tua, la pietra tornerà al suo antico potere.” Electra sorrideva, così come tutti gli altri nella stanza. Jean non capiva cosa volesse intendere con quest’ultima affermazione, e perché guardassero così insistentemente Nadia. Stavano aspettando qualcosa, ma non riusciva a capire cosa. Inoltre Nadia si era come estraniata, non aveva fatto caso a quanto detto dalla donna. Teneva stretta la pietra nella mano destra, con gli occhi bassi a terra. Pareva caduta in una sorta di meditazione. Il suo silenzio la circondava come una bolla. In quel momento essa rappresentava tutto il suo mondo. Jean e King la squadravano attoniti; nessuno dei due capiva cosa le era successo, così all’improvviso. Così trascorsero lunghi secondi. Sembrarono durare un’eternità. Nadia ruppe l’incantesimo, alzando la testa e guardandosi attorno come se si fosse appena svegliata da un lungo sonno.

“Cosa… cosa sta succedendo? Perché non parlate più?”

“Cosa aspetti?” Markus era impaziente, come un bambino ansioso di entrare in un negozio di giocattoli a far comprare alla mamma il regalo di Natale.

“Sì, Nadia, cosa stai aspettando? Noi tutti vogliamo che tu lo faccia.” Anche Electra la esortava. Nadia non ci capiva più nulla, faceva fatica a credere che quello che vedeva e sentiva non facesse tutto parte di un sogno balordo.

“Fare che cosa?”

“Come che cosa? Riattivare la pietra, che altro?” Lantan sbraitava, sputacchiando nei malcapitati occhi di Menjor.

“Riattivarla? Io… io non ho la più pallida idea di come si possa fare… non so… non so nemmeno se sia possibile.”

“Che cosa? E noi avremmo fatto tutta quella fatica a trovarti per sentirci rispondere così?” Lantan era partito all’attacco. Se non fosse stato per il provvidenziale break di Electra l’avrebbe presa a morsi.

“Lascia stare, Lantan. È possibile che il modo le venga in mente all’improvviso, come un lampo. Noi dobbiamo soltanto aspettare, e portare pazienza. Dopotutto l’importante è che la pietra non sia caduta nelle mani di Argo.”

“Ma a cosa gli serve? Anche questa a volta è disposto a sacrificare centinaia di vite umane, pur di averla, ma per cosa?”

“Sei troppo curioso, ragazzino. Queste sono informazioni riservate, e tu non hai nessun diritto di conoscerle, e…”

“Basta così.”

“Ma capitano, io…”
”Lantan! Ho detto basta così!” gli occhi di Electra lampeggiavano, proprio come prometteva il suo nome. Chi le aveva scelto quello pseudonimo non poteva essere di più nel giusto. Lantan si fece in disparte, bofonchiando qualcosa per sfogare la rabbia.

“Jean, questi sono segreti importanti, che non potremmo svelarti. Se decidi di esserne messo al corrente, non potrai più tirarti indietro. Dovrai seguirci. Non possiamo rischiare una fuga di notizie. Argo non deve sapere che noi siamo al corrente delle sue mosse. Allora? Cosa hai deciso?”

“Non ho nulla da decidere. Se sono venuto con voi tre anni fa, sul Nautilus, perché non dovrei farlo ora, sull’Archon?” E poi non lascerei mai Nadia da sola, con Argo in circolazione. Senza contare poi dello sguardo languido di Lantan… ma ebbe la buona idea di tagliarsi la lingua e non citare le argomentazioni che gli erano venute in mente.

“Non avevo dubbi. Vedi, Jean, Menjor e gli altri hanno tenuto una maschera sul volto per tutto il tempo proprio per questo; io ero convinta che non ti saresti tirato indietro di fronte al pericolo, ma non avevo la certezza matematica. Se avessi mostrato tentennamenti, non dovevi essere in grado di identificare i loro visi. Comunque, questo dubbio è ormai alle spalle. Ora ti dirò quali sono i progetti di quel mostro.” Electra gli aveva voltato le spalle. Si era messa in contemplazione davanti alla cartina in fondo alla stanza. Studiava la posizione in cui si trovavano e la rotta che avrebbero dovuto seguire, a grandi linee.

“Argo si è fatto furbo, Jean. Prima di mettersi a pensare su come diventare padrone del mondo, vuole eliminare i suoi avversari. Noi. Ovviamente è al corrente dell’esistenza dell’Archon, e lo teme. Lo teme più di quanto abbia mai temuto il Nautilus. Per questo ha fatto approntare una nuova arma dai suoi scienziati. Qualcosa di inimmaginabile. Molto probabilmente è più potente anche della torre di Babele.”

“Oh, mio Dio…” Jean e Nadia rimasero sconvolti. Entrambi avevano stampata nella memoria le immagini del tremendo fascio di luce emesso dalla cima di quella torre infernale. Funzionò una volta sola, allorché Argo diede ordine di testarla su un’isola disabitata. Fu spazzata via, cancellata da un’esplosione colossale. Pensare a qualcosa di ancora superiore, li terrorizzava.

“Il fuoco di Tharos.” La voce di Tobias penetrava nelle ossa dei ragazzi.

“Il fuoco di… Tharos? E che cos’è?”

“Un cannone. Un cannone che, se ultimato, avrebbe la forza di devastare un’area di chilometri e chilometri quadrati.”

Le facce atterrite dei ragazzi erano di per sé una risposta eloquente. Electra, però, volle essere più brutale, e porre ai loro occhi la situazione in tutta la sua crudezza.

“Se Argo riuscirà a completare il cannone, non solo potrà sventrare l’Archon come un capretto. Riuscirebbe a trasformare una città come Parigi in un cratere. Con un colpo solo.”

Electra si voltò. Tenendo le braccia incrociate dietro la schiena, attraversò la stanza. Passò tra i due ragazzi, impietriti da quanto avevano saputo. Argo questa volta voleva davvero superare se stesso.

“Purtroppo non abbiamo altre informazioni. Non sappiamo di che forma sia, non conosciamo le sua dimensioni, e soprattutto ignoriamo la sua ubicazione precisa. Da un nostro contatto abbiamo saputo che con buona approssimazione la base in cui si trova è situata in un’isola. Nell’oceano Indiano, prossima alla costa africana. È lì che ci dirigeremo.”

Electra si apprestava ad uscire, per dirigersi alla cabina di comando. Da lì, avrebbe ordinato la nuova rotta. Menjor e gli altri già facevano segno a Jean e Nadia di uscire, quando il loro capitano fu bloccato da qualcosa. Quel qualcosa era alto giusto la metà di una gamba di Tobias, ma strepitava quanto un branco di scimmie. Si aggrappava ai pantaloni di Electra, tentando di afferrarne dei lembi per poter salire. Questi erano però troppo stretti, e immancabilmente il tessuto scivolava fra le sue dita. Electra sbuffò amorevolmente, e si rassegnò nel prendere in braccio il piccolo. Anche il colorito della sua pelle era scuro, quanto quello della donna. I capelli, castani con riflessi color rame, si avviluppavano in riccioli impossibili da sciogliere. Gli occhi trasmettevano allegria e spensieratezza, doti tipiche dell’infanzia. E soprattutto, non potevano essere confusi con altri. Quegli enormi occhioni scuri a Nadia risultavano anche troppo familiari.

“Elisis! Quante volte ti ho detto che non devi uscire dalla cabina senza che io lo sappia?”

Il bambino fece una linguaccia, seguita da una risata cristallina. Electra fece finta di arrabbiarsi, iniziando a fare il solletico al bambino. Il frugoletto aveva rapito l’attenzione di tutti. Lui invece fu attratto da King. Non aveva mai visto un leone prima d’ora, se non in un disegno, e lo considerava come un grosso pupazzo che si muoveva da solo.

“Mamma, mamma! C’è un gattone, guarda!” Nadia ebbe la conferma di quanto pensava. Quello che stringeva al petto Electra era suo figlio. Il figlio che aveva avuto dal capitano Nemo, prima che questo morisse. Gli aveva anche dato il nome originario del padre. Di suo padre. Avrebbe dovuto odiarlo, detestarlo con tutte le sue forze. Era un fratellastro, nato da quella stupida e arrogante di Electra. Però… rappresentava tutta la sua famiglia. Lo vedeva come quel poco che il padre le aveva lasciato. Non riusciva ad odiarlo, anzi. Avrebbe voluto stringerlo a sé e coccolarlo per ore, come una brava sorella. Il piccolo Elisis costrinse la madre a poggiarlo a terra, e a farlo avvicinare all’animale.

“Nadia… posso stare tranquilla, non c’è pericolo che King reagisca male?” Nadia fu svegliata dal giro dei suoi pensieri. Non credeva che un semplice consiglio chiestole da Electra potesse farla sentire così felice. Cominciava a considerarsi a tutti gli effetti un membro della famiglia. Non ci fu bisogno di un suo intervento per far capire a King che era necessario sopportare il ciclone che gli tirava i baffi. Electra era contenta nel vedere il suo bambino divertirsi, ma il pensiero che il suo compagno di giochi era un’animale selvatico non la lasciava tranquilla. Dopo pochissimi minuti lo prese in braccio di nuovo, nonostante il piccolo protestasse animatamente. Electra riacquistò l’espressione seria, congeniale al suo ruolo di comandante.

“Non abbassate la guardia. Argo ci attaccherà presto. Il pericolo aumenterà man mano che ci avvicineremo alla presunta sede del fuoco di Tharos. Menjor, per favore, mostra loro le cabine.” Electra si allontanò velocemente, portando via Elisis. Nadia avrebbe voluto passare altro tempo con lui, ma la donna aveva espresso il veto. Un altro motivo per detestarla, rimuginò tra sé prima di essere condotta verso la cabina a lei assegnata, in direzione opposta a quella del piccolo, di cui si era innamorata a prima vista.

Le parole di Electra facevano pensare che da un momento all’altro si sarebbero trovati sotto attacco. Invece, i giorni trascorsero placidi, come non accadeva da tempo. L’Archon diresse la prua verso Sud. Il passaggio attraverso il canale della Manica fu completato in un lampo. L’enorme sottomarino dava un ulteriore motivo di ammirazione: la sua velocità era proporzionale alle sue dimensioni. Jean e Nadia non la conoscevano con precisione, ma ascoltavano di sfuggita i commenti dei marinai a bordo. Numerose coste si succedevano, in tempi brevissimi. Francia, Spagna, Portogallo… sfilarono tutte via nel giro di pochi giorni, dopodiché la rotta fu spostata più in mare aperto. Il sottomarino non procedeva più seguendo la costa metro per metro, ma si avventurava nell’oceano. Trovarsi ben al di sotto del livello del mare faceva sempre un certo effetto, ma i ragazzi a bordo di un simile gioiello si sentivano più sicuri, in qualche modo protetti. Per la verità era Jean il più fiducioso: da tecnico e scienziato, divorava ogni particolare del colosso. Non passava giorno, ora o minuto che non elogiasse questo o quel dettaglio. Tanto aveva lottato con Electra che questa si era vista costretta a concedergli una visita di tutto il mezzo. Fu Markus ad accompagnarlo. Era il capo tecnico dell’Archon; ne conosceva ogni anfratto. Inoltre, si era dimostrato un valente pilota. Era senza dubbio l’unico che poteva sopportare le interminabili disquisizioni scientifiche di Jean. Ovviamente il ragazzo non esaminò tutta la struttura: ci sarebbero volute due settimane, come minimo, per prendere visione di tutto. Poté farsi comunque un’idea generale. I corridoi di raccordo tra le varie zone in cui era suddiviso l’Archon erano praticamente identici a quelli del Nautilus. La novità più esaltante era costituita dal motore, mosso non più da uno ma da due reattori a fissione nucleare. Questo doppio sistema di alimentazione dava al sottomarino il suo incredibile abbrivio. Era un mostro da centinaia e centinaia di tonnellate, e per farlo viaggiare a cinquanta nodi serviva una quantità d’energia impressionante. Le stanze dei motori erano tra le più grandi, e sicuramente le più calde. Infatti vi era solo un passaggio, al centro, tra i due reattori, adibito al personale tecnico. L’Archon era un capolavoro di tecnologia, ma con il nucleare la prudenza non era mai troppa, così le squadre di controllo si succedevano due volte al giorno. Jean riuscì anche ad essere presente, in una delle sessioni di controllo dei motori. Era affascinato da quella nuova frontiera della scienza, di cui riusciva a stento a vedere le applicazioni future. Una parte consistente delle spiegazioni di Markus fu dedicata alle armerie. Il parco armi del sommergibile era vastissimo. Poteva combattere una guerra, e vincerla, senza aiuto. Jean provò a memorizzare l’elenco di cannoni, siluri, missili, mine e quant’altro vi era a disposizione, ma era un’impresa superiore alle umane forze. Le cabine degli uomini a bordo erano disposte lungo due livelli. Com’era logico, Jean non andò a spiare in ciascuna per ammirare i dispositivi di ciascuna camera, ma rimase colpito nel contare quante ve ne fossero. A colpo d’occhio erano molto superiori agli alloggi del Nautilus: segno che l’equipaggio dall’ultima volta si era ingrandito non di poco. La maggior parte di essi erano nel livello inferiore; in quello superiore spiccava la cabina personale di Electra. Come capitano, aveva diritto a un alloggio riservato, non addossato a quello degli altri uomini. A Jean e Nadia furono assegnate due stanze nel livello superiore. La ragazza era già contenta, pensando alla prospettiva che il piccolo Elisis si trovava vicino a lei, ma si dovette ricredere presto. I loro appartamenti erano alla fine del livello superiore, mentre quello di Electra era situato dalla parte opposta. Oltre a ciò, la donna era restia a far uscire il bambino dalla cabina, e meno ancora a farlo giocare con King. Era naturale che una madre avesse una paura d’inferno a lasciare il proprio figlio tra le zampe di un leone, ma Nadia prese la cosa come un affronto personale, legandosela al dito. Per King poi sorse un problema: non poteva dividere la stanza con Nadia, come faceva da cucciolo. Aveva bisogno di un ambiente tutto per sé, dove non desse fastidio e non potesse nuocere agli altri. Gli fu predisposto un vano in una delle stive. Il sistema nervoso di Nadia ricevette un altro duro colpo; stare senza il suo amico d’infanzia, non poter accarezzare il suo pelo o giocare con la criniera la rese furente e intrattabile. Jean, d’altra parte, protestò per il fatto che erano state assegnate loro due stanze separate, invece che una. A nulla valse ricordare che sul Nautilus avevano dormito assieme, durante le prime notti a bordo. Quelli erano altri tempi, ora non erano più bambini, e non potevano comportarsi come tali. Le due cabine erano contigue, ma nonostante ciò Jean odiava quella divisione. Sentiva come se gli avessero tolto qualcosa, magari il diritto di stare vicino alla ragazza che intendeva proteggere. Che voleva bene. Se non altro, erano padroni di entrare e uscire ogni volta che lo desideravano. Electra sotto certi aspetti era più malleabile del capitano Nemo, quindi i ragazzi non fecero fatica a convincerla ad eliminare la regola di chiedere il permesso per spostarsi. Una delle sere di tranquilla navigazione, Jean uscì dalla stanza. Era notte fonda, tutti dormivano a parte gli uomini di turno in cabina di comando. Sperava che la spia dell’apertura della porta, su in cabina, passasse inosservata. Si mise davanti alla camera di Nadia, il cui ingresso si aprì. I due erano rimasti d’accordo di non chiudere mai le porte delle rispettive stanze. Era un modo per continuare a stare insieme, seppur di sottecchi. Nadia non aveva acceso la luce. Le piccole lampadine rosse, che correvano lungo i corridoi proprio per illuminare la via al buio, introducevano un flebile alone. La macchia di luce rossastra illuminava i contorni del corpo della ragazza. Era seduta sul letto, immobile. Teneva le mani a coppa, poco discoste dal petto, parallele alla pietra. Era concentrata, in una specie di comunione spirituale con essa. Jean le passò davanti, senza che questa si accorgesse di nulla. Aprì gli occhi, tornando alla realtà, solo quando il ragazzo accese un lume sullo scarno comodino.

“Cosa stavi facendo?”

“Io… non so…”

“Scommetto che provavi a riattivarla.”

Nadia la guardò sconsolata. Sì, in effetti era quello che stava tentando di fare da giorni, ma senza nessun risultato. Tutti nell’Archon contavano che prima o poi si sarebbe inventata qualcosa per ridare potere alla pietra. Ma più passava il tempo, più si convinceva che avrebbe deluso le aspettative.

“La signorina Electra è convinta che tu possa farcela. E lo credo anch’io, sai.”

“Electra! Quella stupida…”

“Che ti ha fatto, adesso?” Jean si sedette al suo fianco, rassegnandosi nel sentire un’altra delle invettive di Nadia contro di lei.

“Non hai visto come ti ha ricoperto di attenzioni? Jean, sei tu a decidere se vuoi restare, Jean, so che potrai esserci molto utile, Jean, sicuro che puoi visitare il sommergibile… quella donna mi disgusta.”

“È per il bambino, vero?”

“Eh?” Bingo! Mai come prima Jean era andato al nocciolo della questione. Nadia, come al solito, cercò di essere evasiva.

“No, cosa vai a pensare, lui non c’entra.”

“Nadia, non venire a contarmi frottole. Si vede che ti sei legata a lui, anche se lo hai conosciuto da pochi giorni. A proposito, non mi sbaglio se penso che lui è…”

“No. Non ti sbagli, è il figlio che mio padre le ha lasciato. È mio fratello, Jean.”

“E allora, dov’è il problema?”

“Ma non vedi come lo tratta? Non lo fa uscire, sta sempre rinchiuso in quella dannata cabina come un animale… Quella donna è la peggiore delle madri.”

“Non giudicarla così, Nadia. Nessuna madre vuole il male per il figlio, quindi se Electra agisce in questo modo ci dev’essere senz’altro un motivo valido. Soltanto, noi non lo conosciamo ancora.”

“Eppure chiedo solo di passare un po’ di tempo con lui, di conoscerlo. Chiedo tanto, secondo te?” Nadia quando si arrabbiava diventava più feroce di una tigre. Ora però, vedendola triste, si sarebbe commossa anche una statua. Jean, poi, era divorato dal dispiacere. In effetti la sua era una richiesta legittima: della sua famiglia, restava soltanto lui. Inoltre, il fatto che portasse il nome del padre immancabilmente fondeva il ricordo di quest’ultimo con l’immagine del bambino che strepitava e si aggrappava alla criniera di King, per esserne trascinato. Abbracciarlo significava entrare in contatto con il padre, recuperare nei limiti del possibile un rapporto stroncato dalla morte. Jean rimase molto tempo ad ascoltarla. Sfogarsi con lui del mancato appagamento la faceva sentire meglio. Almeno così riusciva ad addormentarsi, e a riposare qualche ora. Fu Jean a coprirla alla fine di un lungo sermone contro Electra. Solo la stanchezza era stata in grado di fermare le sue parole. Il ragazzo tirò su le coperte, a coprire Nadia, ripromettendosi che avrebbe convinto Electra a qualunque costo a permettere alla sua amica di stare con il fratellino. Le acque dell’Atlantico si facevano gradualmente sempre più calde: l’Archon si stava addentrando nella fascia equatoriale. La temperatura all’interno dello scafo era mantenuta costante da un sistema di ventilazione, quindi l’equipaggio non risentì direttamente del cambiamento. Fu in una di queste mattine che Jean, prendendo il coraggio a due mani, decise di recarsi in cabina di comando. Era stato espressamente vietato a lui e a Nadia di andarci, perché quella era il punto chiave del sottomarino, riservato al solo personale autorizzato. A nulla valsero i consigli degli uomini del nuovo equipaggio, che Jean si era fatto amico in breve tempo, né quelli del vecchio. Era determinato a risolvere la questione con Electra. Per la verità, anche se il capitano aveva emanato l’ordine di non farli passare, nessuno ebbe la fermezza di seguirlo. Il ragazzo dal ciuffo ribelle e dagli occhi vispi aveva stregato tutti. Ebbe perciò la strada spianata, corridoio dopo corridoio, fino al portone di ingresso della cabina. Era più massiccio delle altre porte: infatti, nel caso che qualcuno riuscisse a penetrare nell’Archon, questo poteva chiudersi ermeticamente. Costituiva l’ultima difesa a protezione del capitano. Anche questa, più lentamente delle altre, si schiuse quando Jean entrò nel raggio d’azione della sua fotocellula. La sala che gli si mostrò era luminosissima. Una serie di pannelli, disposti lungo il soffitto, diffondevano luce in un ambiente a forma di testa di pesce. Da quanto gli avevano spiegato, quella camera corrispondeva al bozzo che si vedeva sulla parte superiore dello scafo. Tutt’attorno erano collocati monitor, schermi di radar, diagrammi dei dati interni, e quant’altro serviva alla navigazione e al controllo dello scafo. Vi erano sei uomini addetti a queste attrezzature, tra i quali Jean riconobbe Echo, uno dei membri dell’equipaggio del Nautilus che erano rimasti al fianco di Electra. I lunghi capelli neri, lisci come spaghetti, coprivano il quadrante del radar. Davanti a tutti, ai comandi di una grossa cloche, c’era Markus. Gli altri quattro erano invece accomunati dalla loro espressione; non cattiva, senza dubbio, ma alquanto offesa. Il ragazzo si trovava nel sancta sanctorum del sottomarino. Nessuno senza previa autorizzazione poteva accedervi. Al centro, su una pedana rialzata, quasi come se fosse su un trono, sedeva Electra. Buffo, pensò Jean. Una volta quel seggio spettava al capitano Nemo. Ora Electra, il suo vice, dirige un colosso dei mari e il suo equipaggio con la sua stessa decisione. In effetti quella decisione Jean la provò sulla sua pelle nel giro di un attimo; la donna balzò dalla propria postazione, per dare inizio a una sonora ramanzina.

“Jean! Ti avevo espressamente detto di non salire qui in camera di controllo. Qui non sei che un intralcio.”

Cominciamo bene, mugugnò il ragazzo. Ma scoraggiarsi alla prima asperità non aveva mai fatto parte del suo carattere. Così, per nulla turbato, introdusse il problema di cui voleva parlare.

“Mi dispiace di aver disobbedito ad un suo ordine, signorina Electra, ma vede c’è qualcosa di importante che devo dirle.”

“Qualcosa di tanto importante da non poter aspettare che io lasci il posto di comando, oggi pomeriggio?”

“Sì, signorina.”

“E va bene.” Electra si rassegnò ad ascoltare il ragazzo. Certo, non poteva sbatterlo fuori. In questo modo avrebbe sicuramente agito il capitano Nemo; proprio questo suo modo di fare duro e spigoloso spesso li aveva messi in disaccordo.

“Dimmi, Jean. Ti ascolto.”

“Si tratta di Nadia. Il problema… riguarda lei.”

“Nadia? Cosa le è successo?”

“Nulla, signorina, non si preoccupi. È che in questi giorni è molto giù di morale.”

“Mi dispiace. Posso capire che da un po’ di tempo a questa parte per lei le cose non siano andate per il meglio, e che abbia spesso rischiato la vita. Ma ora può stare tranquilla, qui con noi sarà al sicuro.”

“No, non è questo. C’è dell’altro.”

Jean sapeva di dover inserire l’argomento con tatto. Se c’è qualcosa che può far infuriare oltre ogni limite una madre, è dirle che sbaglia nel comportarsi con il figlio. Cercava le parole adatte, ma gli attimi che perdeva pensando andavano ad irritare Electra.

“Jean, allora? Se hai qualcosa da dire fatti avanti, altrimenti torna nella tua stanza.”

“No, no, signorina. Vede, si tratta… del piccolo Elisis.” Come previsto il volto della donna si incupì.

“Elisis? Cosa c’entra lui con Nadia?”

“Ecco… Nadia è entrata in sintonia con lui appena l’ha visto. Le dispiace che il bambino esca così di rado dalla vostra cabina personale. Sa che gli piace giocare con King, e… e anche a lei piace molto passare del tempo con lui.”

Electra non lo aveva interrotto: buon segno, voleva dire che almeno lo stava ascoltando senza montare l’arrabbiatura. Così proseguì.

“Io credo che le ricordi suo padre. Gli somiglia parecchio. È anche per questo che a Nadia piace passare del tempo con lui. Dopotutto, è anche sua sorella. Ed Elisis è tutta la famiglia che le rimane. Sa, Nadia non è venuta di persona perché è testarda come un mulo. Ma so che trascorrere i giorni di permanenza qui in compagnia del piccolo è la cosa al mondo che la farebbe più felice.”

“Elisis non ha nemmeno tre anni, come puoi pensare che lo faccia girare da solo nel sommergibile? Credi che questo sia un posto adatto a lui? Potrebbe farsi male dovunque, e io certo non posso corrergli dietro tutto il giorno.”

“Ma starebbe con Nadia. Sono convinto che lei non lo perderebbe di vista un solo minuto. Così potreste stare tranquilla.”

“E che mi dici di King? Se fosse stato ancora un cucciolo, non avrei avuto nulla in contrario. Ma ora è un leone adulto! Che succederebbe se Elisis inavvertitamente lo innervosisse? Potrebbe sbranarlo in un attimo, ecco che succederebbe. No, non se ne parla neanche.”

“Vi sbagliate, King è sì un leone adulto, ma dentro è rimasto cucciolo. Non farebbe mai del male, se non fosse attaccato.”

“Jean! La discussione finisce qui! Non voglio più parlarne!” Electra in quel momento sembrava davvero una tigre che difendeva il suo cucciolo. Avesse avuto zanne e artigli, non si sarebbe fatta scrupoli ad utilizzarli contro il ragazzo.

“Ma signorina…” Jean cercava faticosamente di portare avanti il discorso, ma lo bloccò una sirena di allarme. L’operatore al radar si agitava freneticamente, alla luce intermittente di una spia rossa.

“Capitano. Oggetti non identificati a ore due.”

“Sono loro?”

“Da qui non si può dire con certezza, ma credo di sì, signore.”

“Quanti sono?”

“Due, capitano. Non credo che ci abbiano visti, altrimenti avrebbero puntato verso di noi. Invece continuano a dirigersi nella stessa direzione.”

“Ai posti di combattimento.”

L’ordine di Electra si diffuse a macchia d’olio nel sottomarino. Ad ogni livello, gli uomini prendevano le loro posizioni, chi ai cannoni, chi ai tubi di lancio dei siluri, chi a controllare le variazioni di potenza del motore, e così via. In cabina di controllo la tensione saliva rapidamente. Stava quasi diventando un’entità viva, da toccare con mano.

“Proseguiamo diritti. Mantenete costante la velocità.”

L’Archon sfrecciava verso i due oggetti, senza accennare a rallentare. Non avrebbe fatto in tempo a speronarli, ma sarebbe arrivato loro in coda se qualcuno non provvedesse a fare la prima mossa.

“Sono sharker, capitano. Navigano l’uno accanto all’altro, probabilmente sono una pattuglia stanziata in questa zona.”

“Tenetevi pronti.”

Il fondale in quel punto era regolare, piatto, senza grossi rilievi. Eccetto uno. Si ergeva come una piccola montagna, con tutta la consistenza delle sue colleghe terrestri. Era l’unico ostacolo dietro cui si potevano parare i mezzi nemici. Il sottomarino continuò a guadagnare terreno, in scia ai due sottomarini. Jean si rese conto del loro aspetto solo quando apparvero su uno schermo. A occhio erano molto più piccoli dell’Archon. Con lui condividevano la forma allungata e appuntita all’estremità. Dovevano il loro nome alle tre “pinne” che si staccavano dallo scafo, due lateralmente e una sulla parte superiore; con un po’ di fantasia ricordavano uno squalo.

“Attivate lo scudo magnetico.”

Uno dei piloti, alla destra di Electra, premette un interruttore giallo, che si illuminò come una lampadina, dopodiché fece scorrere due indicatori. Quando questi raggiunsero il limite nella loro scala graduata, sul vicino quadro attorno all’abbozzo del sottomarino apparve un guscio rosa acceso.

“Scudo magnetico attivato.”

“Preparatevi all’attacco.” Electra sapeva che gli uomini negli sharker avrebbero notato la fonte di energia, al momento dell’attivazione dello scudo. Così, attaccò per prima.

“Siluri uno, due, tre e quattro, fuori!”

Nel giro di pochi secondi i quattro siluri erano stati sparati dalla prua del sottomarino, diretti verso gli scafi nemici. Come previsto i piloti di questi ultimi si accorsero della presenza dell’Archon. Cercarono di evitare i siluri cabrando verso l’altro, ma per uno di loro la manovra era stata troppo tardiva; fu colpito da due proiettili, all’altezza della coda. Dall’esplosione uscì indenne l’altro sottomarino, che riuscì ad evitare l’altra mortale coppia. A sua volta lanciò un paio di siluri, che si schiantarono contro lo scudo invisibile. L’Archon tremò per qualche attimo, ma non aveva riportato nemmeno un graffio sul possente rivestimento esterno. L’altro sharker arrancava vistosamente. Partita la coda, aveva perso la spinta dei motori. Evidentemente imbarcava acqua, e gli incendi avevano reso la situazione all’interno un vero inferno. Precipitava verso il fondo, senza possibilità di salvezza.

“Seconda serie di siluri, fuori!”

Altri quattro missili furono lanciati in direzione del già condannato sommergibile. Non poté far nulla per evitarli. Scomparve in una lucente fiammata, accompagnata dall’onda d’urto. Gli occupanti dell’Archon ne risentirono: il campo magnetico, se era una efficientissima difesa contro i siluri, non serviva a parare le ondate. In cabina solo Jean fu colto di sorpresa dall’improvviso boccheggio, sbattendo contro lo stipite dell’ingresso. Il primo sharker, quello ancora non colpito, aveva approfittato del momento favorevole per raggiungere il riparo dietro la parete di roccia.

“Dov’è l’altro?”

“Si è nascosto, capitano. Dietro quella montagna.”

“Aggiratela.” L’Archon compì pesantemente quella manovra. La sua stazza gli impediva di effettuare movimenti veloci, specie in zone ristrette. Non appena il muso sbucò dall’altra parte della parete, il sottomarino di Argo fece fuoco. Fu un’idea frutto della paura e della disperazione, poiché le raffiche di siluri non facevano altro che decantare le qualità difensive dello scudo magnetico. In quello stesso tempo avrebbe potuto darsi alla fuga. O perlomeno provarci, sfidando la velocità dell’Archon.

“Fuoco.”

Electra non ebbe tentennamenti nel condannare quegli uomini a morte. La terza scarica ridusse il sottomarino nemico a brandelli, prima di scoppiare. La violenza dell’esplosione però fece frantumare il versante del muraglione, le cui pietre si riversarono sul sommergibile di Electra. Lo scudo magnetico parò anche questi colpi, ma Jean sentì chiaramente dall’addetto che la resistenza della barriera era al limite, e che sarebbe saltata entro pochi attimi. A conti fatti, avevano causato più danni quelle pietre che i siluri in precedenza. Electra diede istantaneamente ordine di portare i motori a pieno regime. L’accelerazione data dai reattori fu poderosa, tale da tirare fuori il sommergibile da quella pesante pioggia. I massi precipitavano sul fondo, sollevando un polverone che intorbidava gli strati d’acqua più bassi, sotto di loro.

“Rapporto dei danni?”

“Nulli, signore. Lo scudo ha parato ogni attacco.”

L’atmosfera andò via via perdendo quella cappa plumbea che aveva assunto dall’inizio dell’attacco, ed Electra da belva assetata di sangue riassunse un’espressione umana.

“Li avete uccisi… sterminati, così, a sangue freddo!” Jean non riusciva a concepire che Electra avesse potuto compiere una cosa simile. Anche se quelli erano uomini di Argo, non accettava che ella avesse attaccato per prima col preciso scopo di ucciderli.

“Capisci ora perché non voglio che tu venga in cabina di controllo? In frangenti come questo non abbiamo bisogno dei moralismi di un ragazzino.”

“Altro che moralismi! Qui si tratta di vite umane, e voi le avete spazzate via come se nulla fosse!”

“Ora basta! Se vuoi rimanere ancora a bordo, và nella tua stanza! E non ti azzardare a giudicare più il mio operato!”

Jean fuggì letteralmente, disgustato da quella dimostrazione di crudeltà cieca. Quello che Electra aveva fatto la parificava ad Argo. E questo era un pensiero che lo faceva star male. Ma soprattutto, si chiedeva: come mai, lei, che aveva sempre contestato il capitano Nemo quando faceva qualcosa di simile, ora si comportava nella stessa maniera? Cosa le era successo? Da che era dipeso questo radicale cambiamento?

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