Il Mistero della Pietra Azzurra
La Resurrezione di Atlantide
*
By Antares
Laria era pervasa di un silenzio irreale, turbata appena
da qualche rara folata di vento che a stento smuoveva la sua
ciocca di capelli rossi, del colore delle lingue di fuoco, che
danzava sulla sua fronte stuzzicandogli le ciglia. Sbatteva forte
gli occhi non solo per il lieve disturbo da essa provocato, ma
per abituare la vista allatmosfera così strana e
inquietante in cui era immerso. Sembrava che da ogni punto
intorno a lui provenisse della luce, non forte come quella del
Sole a cui era abituato, ma più soffusa, eppure lo costringeva a
frizzare gli occhi per non restare abbagliato. Provò a voltare
lo sguardo attorno a sé, ma non vide nulla. Strade, case,
animali, persone
tutto era come scomparso, cancellato dalla
mano di un artista superiore. Signore di quel mondo ai limiti
della comprensione era lazzurro, così terso, puro, da
credere che non fosse vero. Lo cingeva da ogni lato, quasi a
proteggerlo in un abbraccio. Il ragazzo era solo in questa
sconfinata distesa simile al mare. Stava ritto, cercando di
capire se non come fosse entrato in quella bolla di
niente, o come uscirne, almeno cosa realmente fosse.
Guardò i suoi piedi, ed ebbe un ulteriore sussulto: erano
sospesi nel vuoto, anzi no, era lui a esserlo. Tentò di muovere
un passo in avanti, combattuto tra lirrefrenabile desiderio
di sapere e la paura di cadere, di finire nel nulla. Mosse il
destro, e fu sollevato nellappurare che poteva camminare
senza problemi, quasi ci fosse sotto di lui una lastra di vetro.
Animato da una parvenza di coraggio, continuò ad andare avanti,
prima lentamente, poi a velocità sempre maggiore, finché la sua
non divenne una corsa sfrenata.
Jean!
Il ragazzo si fermò di botto, e dimenò la testa in tutte le
direzioni per capire da dove provenisse la voce.
Jean!
Ancora una volta il suo nome risuonò, riempiendo quellaere
di vibrazioni, come una pietra lanciata in uno stagno dapprima
calmo. Era una voce lontana, misteriosa: gli sembrava di averla
già sentita, ma non ricordava dove, non ricordava quando
Il tono era calmo, ma deciso, di chi ha intenzione di dire a una
persona qualcosa di molto importante, ma senza spaventarla. Dei
tanti raggi di luce che lo circondavano, molti, impossibile dire
quanti, confluirono allunisono, in maniera simile a uno
stormo di uccelli, verso un punto davanti a lui, poco alla sua
sinistra, dove vide un giovane. Riusciva bene a distinguere la
sua sagoma, ma la distanza non gli permetteva di capire
nullaltro, così scattò verso di lui. Egli rimaneva
immobile, come se non si accorgesse dellaltro ragazzo che
gli veniva incontro, come se non sentisse i suoi passi
Man
mano che lo spazio tra loro si riduceva i suoi lineamenti
apparivano chiari: aveva la pelle scura; fu la prima cosa che
saltò allocchio, perché era di spalle, e il ragazzo che
correva poteva scorrere tutta la sua schiena, nuda. Era snello,
longilineo, e abbastanza alto. In vita aveva un panno color
crema, che lo copriva fino a metà coscia, e non indossava
scarpe. I polsi erano ornati da bracciali, che riflettevano,
nella loro aurea bellezza, i raggi luminosi. I capelli erano
neri, neri come la pece, e anchessi sfavillavano,
ondeggianti ai colpi di una leggera brezza. Quando il ragazzo
credette di averlo raggiunto, avvertì un colpo di vento più
forte, che per riflesso gli fece chiudere gli occhi, e quando li
riaprì il giovane dalla pelle scura era sparito. Girandosi di
scatto, lo vide poco distante da lui, e di nuovo si diresse verso
di lui, ma ancora una volta gli sfuggì come un cerbiatto.
Jean!
Chi sei? Cosa vuoi da me?
Jean, Nadia
Con le ultime energie si lanciò ancora contro di lui, mentre
questo gli ripeteva il suo nome. Per lennesima volta, lo
vide avvicinarsi, avvicinarsi ancora, finché non riuscì ad
afferrarlo ad una spalla. Il fiatone gli impediva di fargli
domande, ma egli lo prevenne, voltandosi di scatto e fissandolo
con i suoi occhi, così penetranti, decisi e allo stesso tempo
inconsolatamente tristi: erano verdi, come le mille facce di uno
smeraldo, come i meravigliosi occhi di una persona che conosceva
bene
Sì, si convinceva, proprio come i suoi.
Nadia
Nadia è in pericolo.
Jean si svegliò di soprassalto, balzando a sedere in una
frazione di secondo. Era madido di sudore, e il fiatone lasciato
in sogno lo aveva seguito anche al risveglio.
Ancora quel sogno
Jean si portò una mano sul viso, focalizzando le parole del
ragazzo misterioso che da quasi un mese lo stavano tormentando.
Nadia è in pericolo
Il suo sguardo istintivamente andò dalle coperte sgualcite, che
aveva martorizzato durante il sonno agitato, alla scrivania
dallaltro lato della stanza, un massiccio tavolo, che aveva
costruito da sé chissà quanto tempo prima, dove era solito
scrivere ogni settimana una lettera a Nadia. Buttò le gambe al
di fuori del letto, per cercare le pantofole; le trovò dopo
qualche tentativo, con la mente sempre di più intenta a
decifrare lo strano sogno. Si alzò, e a passi posati si spinse
fino al tavolo, poggiandovi entrambe le mani e reggendosi su di
esse.
Ormai è un mese che non mi scrive più
quel sogno
poi non fa che mettermi in agitazione
è diventato
ricorrente, non può essere soltanto un frutto della mia
immaginazione
Rimase in quella posizione per lunghissimi secondi, chinando
anche la testa, come un fedele davanti ad un altare. Dalla
finestra, priva di imposte, entrava luce in abbondanza, che
inondava la scarna stanza; il mobilio era quantomeno frugale,
costruito anchesso da Jean, e composto da un armadio, dal
letto massiccio, il comodino a lato e una libreria assolutamente
sproporzionata al resto: occupava un intero lato corto della
camera, più una buona metà di uno lungo. Ad un angolo del
secretaire dominava un piccolo portafotografie di legno chiaro,
con al suo interno una foto sbiadita di una ragazza di cui si
distinguevano soltanto i capelli neri. Accanto erano disposte in
pila, una sullaltra, numerose lettere, tutte recanti il
timbro postale di Londra. Jean prese la prima del mucchio:
portava la data del 30 agosto 1892.
Ciao Jean,
come va da te in Francia? Spero che tu non dedichi troppo tempo
alle tue solite invenzioni
che tra laltro nella
maggior parte dei casi si rompono subito. Io sono finalmente
riuscita a trovare una sistemazione per King: ora vive presso una
famiglia amica del mio datore di lavoro, a poca distanza da
Londra. Sento molto la sua mancanza, ma davvero non potevo tenere
un leone in città, ti pare? Sento anche la tua mancanza, Jean, e
spero tanto di rivederti prima possibile
qui al giornale
cerco di darmi da fare, anche se non mi tengono in considerazione
più di tanto, come sai. Ora ti lascio, domani ho una giornata
faticosa e non voglio alzarmi già stanca. Ciao, a presto!
Con affetto
Nadia
Pensare che questa lettera è tutto ciò che mi rimane di
lei, ora
Jean era immobile, e stringeva il pezzo di carta tra le mani. Lo
guardava a fondo, come se dovesse prendere da esso le risposte
alle domande che gli frullavano nel cervello. Perché Nadia non
si era fatta più sentire? Era ancora a Londra oppure no? Cosa le
era successo? Dun tratto Jean alzò la testa, lasciando
trasparire dai suoi occhi azzurro cielo una nuova risolutezza.
Con la velocità di un lampo afferrò i suoi vestiti abituali,
una camicia bianca che aderiva quasi come una seconda pelle al
suo fisico, solo da poco tempo sviluppato come quello di un uomo,
e un pantalone blu, e dopo averli indossati si fiondò fuori
dalla stanza. Attraversò in un solo scatto il corridoio e le
scale, costruite in modo che potessero alloccorrenza
muoversi da sole, ma anche questa era finita nel novero delle
invenzioni inutili e pericolose invise a Nadia. Scese nella
grande sala al pian terreno della sua casa di Le Havre: un
architetto avrebbe detto in base al progetto che quello avrebbe
dovuto essere un salotto, ma Jean laveva ideato e
realizzato come una grande officina, in cui sarebbe nato
laereo capace di volare. Volare per davvero, e non di
tracciare nellaria brevi planate o peggio ancora solo
patetici balzi. Circa la metà dellandrone era occupata dal
progetto che nei mesi precedenti lo aveva appassionato: l
Etoile de la Seine numero 14, una specie di grossa scialuppa a
cui era stato montato un motore, delle ali fatte di stoffa tenuta
insieme da una montatura rigida in ferro, ma cava per alleggerire
la struttura, e di tutte quante le attrezzature che gli avrebbero
permesso di librarsi in aria. Almeno in teoria. Spalancò il
robusto portone, e si gettò lungo la stradina di campagna, una
pista appena tracciata sul terreno, che si distingueva dai campi
circostanti per il solo fatto di essere priva derba,
diretto verso la poco distante casa dei suoi zii. Gli unici
parenti che aveva, dopo la tragica morte del padre, ormai lontana
più di dieci anni. Erano tutta la sua famiglia, i soli su cui
sapeva di poter contare. Ai suoi fianchi si spiegava, morbida, la
campagna francese. I campi di grano, orzo, si alternavano ad
altri di cavoli, carote, e tante altri frutti della terra, tanto
generosa in quelle zone. Delle pennellate di oro scintillante al
sole si fondevano alle verdi distese, ora scure come muschio, ora
limpide e lucenti come le acque di un mare esotico, e tutte erano
disposte in armonia in quel paradiso della natura. Era questa la
campagna nei pressi di Le Havre come appariva agli occhi di
Nadia, e Jean non riusciva a non pensare a lei, ancora di più,
ammirando il paesaggio che tanto la inebriava. Assorto nei suoi
pensieri, si rese conto di essere giunto a destinazione solo un
secondo prima di sbattere contro la porta della casa degli zii.
Quasi la scardinò, e si lanciò verso la donna, coperta da un
grembiule già bianco di suo, e completamente sporco di farina,
affaccendata nel preparare il pane, che lo guardò con occhi da
fiera, rabbiosi e acuminati.
Jean! Santo cielo, cosa ci fai qui a questora del
mattino?
Zia! Mi servono soldi
devo partire
devo
andare
a Londra
subito
Jean le spiegò del sogno, del ragazzo misterioso, della sua
amica in pericolo, ma ottenne soltanto di peggiorare lumore
della donna, che evidentemente era scesa dal letto con la luna
storta; poi di fronte ad una simile richiesta, assurda e per
giunta di primo mattino, divenne letteralmente furiosa.
Ma sei diventato matto? Per andare a Londra servono 300
franchi! E come se non bastasse, hai già dilapidato quasi tutta
leredità lasciata da tuo padre in quelle tue folli
invenzioni! Ah, sono anni che ti faccio sempre la solita predica,
e ormai mi sono stancata di ripeterti sempre le solite cose! Sei
padronissimo di bruciare quel poco che ancora ti resta, ma non
chiedermi denaro per stupidaggini simili, basate sul
niente!
Zia, non è una stupidaggine! Ne sono sicuro, lo sento.
Nadia è in pericolo, è da qualche parte che sta aspettando il
mio aiuto, e devo raggiungerla al più presto!
Ora basta!
La donna gli stampò sulla guancia sinistra uno schiaffo che per
un momento lo lasciò intontito, oltre a coprirgli un lato della
faccia di farina bianca. Jean si portò una mano al viso, per poi
stringerla a pugno al tocco della parte colpita, arrossata come
un pezzo di carne viva.
Daccordo.
La voce del giovane era inusitatamente calma e decisa. Non era
mai stata così, e ciò non acquietava di certo la zia. Si
voltò, e senza dire una parola uscì con la stessa veemenza con
la quale era entrato un minuto prima.
Dove vai? Jean, torna subito qui!
Jean si lasciava gli strepiti dellodiata zia alle spalle,
comprendendo quanto fittizie fossero state le belle speranze che
aveva nutrito prima. Certo, chiedere una forte somma solo in base
ad un sogno faceva supporre che la risposta sarebbe stata
negativa, ragionandoci sopra a mente più lucida capii che ella
non aveva tutti i torti
Ma sapeva che doveva andare, che
non si sbagliava, che Nadia aveva davvero bisogno di lui.
Laereo.
Fu una folgorazione. LEtoile de la Seine, certo, con quello
sarebbe riuscito ad arrivare fino in Inghilterra. Mentre stava
tornando a casa sua, deciso sul da farsi, si sentì bloccare da
una mano ossuta, e quando si voltò vide i lunghi baffi marroni
dello zio che sibilavano accanto alle sue orecchie.
Jean, ragazzo mio, cosa ti sei messo in testa?
Zio Pierre, se hai sentito, sai già quello che devo
fare.
Ma anche ammesso che tu abbia ragione, come ci arrivi fin
laggiù? Se quella megera di mia moglie non è disposta a
passarti nulla, come pensi
Non ebbe bisogno di chiederlo: ci arrivò un attimo dopo aver
formulato la domanda, mentre stava parlando, tantè che si
bloccò e fissò Jean a occhi sgranati.
Laereo
tu vuoi andarci con laereo! Non
farlo, Jean, è una pazzia, e lo sai anche tu!
Ti sbagli! LEtoile de la Seine vola benissimo,
lho già collaudato e non mi ha dato nessun problema.
Già, ma con quel trabiccolo non ci hai percorso più di
ottanta chilometri! Come fai ad essere sicuro che reggerà ad un
viaggio tanto lungo?
Semplice. Sorrise spavaldo Jean, Non lo
sono.
E tu affronteresti un rischio così alto
per un
sogno?
Non è per il sogno. È per Nadia.
Al nome della ragazza anche lo zio si concesse una smorfia,
conscio del fatto che nulla avrebbe potuto fare o dire per
cambiare idea al ragazzo.
Daccordo, brutto pazzo. Allora cerchiamo di
rinforzare più possibile ogni punto critico dellaereo, e
preghiamo che il Signore ti assista.
I due si misero di buona lena ad armeggiare sul velivolo, per
sostituire ogni pezzo che sembrava usurato o troppo vecchi, per
rinforzare ogni bullone svitato, per eliminare tutto quello che
non era utile, al fine di rendere ancora più leggero il mezzo,
nella speranza di assicurargli maggiore stabilità e autonomia.
Le ore del mattino scorsero via rapide come lacqua di un
torrente, e quando, esaminando meticolosamente laereo, si
dichiararono soddisfatti della revisione, era da poco passato
mezzogiorno.
Jean, se sei convinto di quello che fai, devi partire ora.
Il motore anche così non può sviluppare una velocità
relativamente alta. Al massimo del regime puoi arrivare a Londra
entro circa tre ore, forse quattro
se la fortuna ti
assiste.
Grazie zio. Senza di te non ce lavrei fatta.
I due si abbracciarono, tenendosi stretti: luomo prese uno
zaino, e lo consegnò a Jean.
Jean, qui ci sono delle provviste. Nel caso andassi in
panne, e tentassi un atterraggio di fortuna da qualche parte,
anche dal nostro lato della Manica
non avrai il problema
del cibo, per un po. E poi
Lo zio rovistò
nella tasca dellabito coperto dalluniforme scura da
lavoro, segnata da lunghe scie di grasso e olio per motori, e
tirò fuori delle banconote, porgendole al ragazzo.
Non è molto, sai è quello che sono riuscito a mettere da
parte di nascosto da tua zia, ma credo che in questo momento
servano più a te che a me.
Zio Pierre, io
I suoi occhi si stavano riempiendo di lacrime: non cerano
parole che potessero esprimere quel concetto meglio di esse.
Lascia stare. Ora sali, io ti apro la strada.
Jean saltò a bordo del particolare aereo. Lo zio una volta
assicurato che fosse pronto a rollare, diede un forte strattone
alla corda penzolante vicino alla porta. Immediatamente tutta la
casa fu scossa da un tremito, come se un terremoto la buttasse
giù dal promontorio dove era arroccata. La facciata, davanti al
muso dellaereo, cominciò lentamente a schiudersi, quasi
fosse ununica, grande porta. Le due immense ante
scricchiolavano, raggiungendo poco a poco la loro massima
apertura. Jean controllò gli indicatori della pressione
dellolio, del carburante, del sistema di raffreddamento:
tutto perfettamente nella norma. Il frastuono assordante impediva
ai due di comunicare anche gridando, così lo zio Pierre fece
animosi gesti a braccia per incitarlo a partire. Tirò a sé la
levetta di avviamento del motore, che aumentò progressivamente i
giri. Lelica sul muso vorticava sempre più velocemente,
lanciando sul pilota diversi sbuffi di aria calda che gli
ricordarono di calarsi sugli occhi gli ingombranti occhialoni da
pilota. Il difficile fu sistemarli sopra quelli che abitualmente
portava; sembravano ricavati dal fondo di un bicchiere, tale era
il diametro delle lenti. Almeno, la montatura era sottile e li
rendeva leggeri. Jean stava ancora armeggiando con gli occhiali
quando lEtoile cominciò a muoversi, uscendo dalla
casa-hangar. Ebbe appena il tempo di salutare lo zio con un largo
cenno della mano, prima che allontanandosi uscisse fuori dalla
vista. Afferrò saldamente la cloche, che sobbalzava assieme a
tutto laereo. Esso stava scendendo come un missile verso la
casa degli zii, utilizzando la stradina come un pista. Le buche
che a piedi non davano alcun fastidio ora determinavano violenti
scossoni, e Jean al posto di comando era sballottolato da ogni
parte, con quanta più forza tanto più era profonda la buca.
Dai, più veloce
ancora
ancora un
po
adesso!
Jean tirò la cloche inarcando tutta la schiena, ma laereo
non voleva saperne di decollare, e si limitò ad alzare di pochi
centimetri il muso. Il ragazzo lasciò i comandi, e vide che la
casa era sempre più vicina davanti a lui: ancora poche decine di
metri e vi sarebbe andato contro. Si riaggrappò disperatamente
alla barra e la strattonò nuovamente.
Avanti! Decolla!
Il velivolo si staccò da terra appena al limitare dello
steccato, e con la punta di unala ne divelse un pezzo.
Rimase così inclinato per un breve tratto, prima di ritrovare un
assetto stabile. La zia di Jean era nel frattempo uscita di casa,
richiamata dal frastuono del mezzo che scendeva di gran carriera.
Rimase senza parole, alla vista del nipote che si allontanava
sempre più verso Nord, e a nulla valsero i suoi ultimi strepiti
isterici.
Al di sotto di Jean la Francia stava rapidamente scorrendo via;
dopo poco si trovò fra due cieli: sopra di lui, quello terso,
azzurro, che lo accompagnava già prima, sotto, le acque
cristalline del canale della Manica. Entrambi erano tersi,
trasparenti, davano la sensazione che nulla potesse turbare la
loro pace. Jean si girò, per dare un ultimo sguardo alla costa
patria, prima di puntare al massimo della velocità verso
lInghilterra, e verso Nadia. Volava bassissimo, tenendosi a
pelo dacqua, appena pochi centimetri sopra i dorsi dei
pesci che guizzavano attorno allaeroplano. Non cera
pericolo di pioggia, e solo allora si rese conto che aveva
trascurato una variabile importante: se avesse trovato una
tempesta lungo la strada, lEtoile sicuramente non avrebbe
retto e sarebbe precipitato in acqua. Trascorse le ore chino
sugli strumenti, sempre timoroso che da un momento allaltro
qualcosa potesse rompersi.
Per la prima volta una mia invenzione funziona alla
perfezione. Appena incontrerò Nadia sarà la prima cosa che le
dirò, così vedremo se avrà ancora da ridire sul mio
genio.
Questi erano i pensieri di Jean in vista del Southdown, estremo
lembo meridionale delle isole britanniche; immaginava con quanti
e quali particolari avrebbe raccontato della sua traversata, il
viaggio più lungo mai compiuto da una sua invenzione, ma fu
bruscamente interrotto da uno scoppio. Per un attimo gli si
oscurò la vista, e solo grazie a una provvidenziale folata di
vento si rese conto di cosa era successo: nella fusoliera si era
aperto uno squarcio da cui fuoriuscivano, minacciose, delle
lingue di fuoco, sibilanti come serpenti, e un consistente
pennacchio di fumo nero.
Buttò istintivamente locchio al contagiri; il motore
perdeva potenza, e anche la pressione dellolio stava
scendendo. Comprese subito che sarebbe precipitato. La costa
inglese era a sole poche centinaia di metri, ma sembrava che
fossero lontane da lui interi chilometri. Volle tenersi basso
sullacqua, ma sbagliò la manovra e lintero carrello
finì sottacqua, strappato via a causa della velocità
sostenuta. Perse del tutto stabilità, e diede vita a un
pericoloso balletto, che in ogni momento poteva terminare in
tragedia. Le punte delle ali picchiavano una dopo laltra
sulla superficie. Intraprese una lotta con la cloche, che per
quanti sforzi facesse schizzava nella direzione opposta da quella
in cui la spingeva. Laereo a dopo ogni urto perdeva intere
lastre dalla copertura delle ali, in coda, e dietro lelica.
Disperatamente lo tirò su di qualche palmo, lottando con le
continue e progressive perdite di potenza.
Forza
resisti un po
solo un altro
po
Jean accarezzava gli indicatori impazziti come dei gatti. Ora la
spiaggia era più vicina, mancava poco, ma un altra
esplosione lo paralizzò. Lelica era saltata via, e del
motore non rimanevano che rottami fumanti. Laereo rallentò
fin quasi a fermarsi, prima che un soffio di brezza marina non
gonfiasse le membrane delle ali e gli facesse compiere gli
ultimi, faticosi metri, in volo planato.
Bene! Se il vento tiene un altro solo minuto, ce la
farò.
Il vento non solo tenne, ma aumentò di intensità, così che
Jean dovette di nuovo tornare a mantener salda la cloche per non
far cadere il muso del velivolo, o quello che ne rimaneva, in
acqua. Gli sembrò un miracolo tornare a vedere della terra sotto
di lui, un raro lembo di sabbia ocra tra due bastioni di roccia
che si estendevano fin quasi a coprire i lati
dellorizzonte. In un attimo artigliò lo zaino alle sue
spalle e con un balzò si gettò fuori dallaereo, finendo a
rotoloni sulla spiaggia. LEtoile volò per tutto il resto
della costa, fino a schiantarsi contro una quercia; Jean si
avvicinò alla carcassa, superando le basse dune con le gambe
ancora malferme per lo spavento, e si fermò, davanti a quello
che era stato un aeroplano, come a fissarlo indelebilmente nel
ricordo.
Grazie, Etoile de la Seine n. 14, sapevo che non mi avresti
tradito. E ora, disse, lasciandosi alle spalle
lultima sua disastrata invenzione, « andiamo a cercare
Nadia. ».
Finalmente! esultò tra sé Jean, stiracchiandosi per
quanto gli concedeva lesiguo spazio a bordo della navetta
che lo aveva portato da Brighton a Londra. Era stata una fortuna
trovare un mezzo che lo portasse fino a destinazione, ma non
aveva considerato lo stupore che un ragazzo sporco di sabbia,
grasso, affumicato come un salmone, e per di più con un forte
accento francese, poteva far nascere nella semplice folla della
bassa Inghilterra che condivideva con lui il tragitto.
Lunico momento in cui trovò rifugio dagli sguardi curiosi
fu quando, vinto dalla spossatezza, si addormentò. Al suo
risveglio dando una fugace occhiata al di là del finestrino,
notò i palazzi squadrati della metropoli londinese, generalmente
tutti bianchi, o comunque chiari, uno addossato allaltro in
una sorta di abbraccio per proteggersi dal freddo. la fermata a
cui sarebbe dovuto scendere era già passata; in quel momento
Jean si adirò con se stesso per essere rimasto nelle braccia di
Morfeo tanto a lungo, ma continuare a prendersela con se stesso
non serviva a niente, tanto più che lautobus si era
fermato, e il conducente con voce tonante incitava i passeggeri a
scendere, annunciando la piazza di George III Square. Appena
fuori inspirò laria di quella città così attiva e
caotica. Era diversissima da quella che respirava ogni giorno
dalla sua finestra sulle dolci distese di Le Havre: lì sentiva
distintamente il puzzo dei gas di scarico delle automobili,
prodigio della tecnica che stava saturando non solo il mercato ma
anche latmosfera; lodore pungente del cuoio e della
polvere sollevata dalle carrozze di passaggio, le sole vetture
che riuscivano a essere più ingombranti e scomode delle auto; e
poi i mille odori dei negozi, il profumo dei panettieri, gli
effluvi delle rosticcerie, laroma delle decantate sale da
tè, punto dincontro della Londra bene. Jean si sentiva
quasi perso in un mondo così diverso dal suo, per tempi, modi di
fare e di essere, ma si impose di non ragionare come un qualsiasi
turista spendaccione, e di dedicarsi al solo scopo che lo aveva
spinto oltremanica: cercare Nadia. Camminando lungo gli ampi
viali cittadini cominciava a porsi dei dubbi: e se non ci fosse
stato nessun problema, se si fosse immaginato davvero tutto lui,
se il suo martellante sogno fosse solo il frutto della sua
incontenibile voglia di rincontrare Nadia? Già, Nadia
non
cera giorno che non pensasse a lei, al suo sorriso, alla
sua voce gentile che mutava negli strilli di un arpia se si
cercava di farle mangiare della carne o del pesce, i
cadaveri di poveri animali uccisi dalla barbarie
delluomo, come le definiva pittoricamente lei
ai suoi occhi, due smeraldi che brillavano di luce propria, in un
corpo debano levigato e lucente come quello di una statua.
No, non poteva essere un errore. Poteva sbagliare su tutto, e le
sue creazioni tecniche lo dimostravano, ma non su di
lei. Non sul pezzo di cuore che aveva protetto fin dal loro primo
incontro a Parigi, tre anni prima, e per cui non avrebbe esitato
a sacrificare la sua stessa vita
Sfilò dalla tasca la lettera che aveva letto per lultima
volta poche ore prima, e ne lesse il mittente: Harvington Road,
411.
Harvington Road
già, è una parola, come ci arrivo?
Bè, proviamo a chiedere in giro
Ma stranamente tutti quelli che avvicinava per chiedere
informazioni, facevano spallucce, borbottavano qualcosa o più
semplicemente si limitavano a tirare diritto. Erano le cinque, e
molti inglesi dal doppiopetto grigio e dalla bombetta scura bel
calcata in testa sciamavano in massa nei pub per gustare il rito
quotidiano della tazza di tè. Jean entrò in quello che gli era
più vicino, al lato della strada che stava scorrendo a questo
punto da più di unora. Il locale dallesterno
sembrava più grande: la spaziosa vetrina, composta da lastre di
vetro verde scuro, che occupava tre metri almeno della facciata,
lasciava immaginare che la stanza allinterno rispecchiasse
la maestosità suggerita. Invece era poco più di un corridoio,
lungo e stretto, al punto che due uomini facevano molta fatica a
passare contemporaneamente, e in quellora di punta gli
intasamenti tra gentiluomini assetati erano
frequenti.
Scusate, interruppe timido Jean, sfoggiando un
inglese non proprio impeccabile, sapreste indicarmi la via
più breve per Harvington Road? Silenzio. Da alcune panche,
in fondo al locale, provenivano risatine ironiche, mentre i più
vicini al ragazzo eludevano i suoi occhi con qualche colpo di
tosse forzato, o volgendo lo sguardo fuori dalla finestra.
Vi prego, avrei bisogno di unindicazione per trovare
Harvington Road. Jean provò a fare qualche passo,
scorrendo a lato dei tavoli, ma nessuno sembrò mostrargli
attenzione, e dopo quel minuto di fama concesso allo straniero
con lorribile accento, gli astanti si immersero nelle loro
abitudinarie conversazioni. Sconsolato, Jean si diresse verso
luscita, quando si sentì tirare per un polso e fu
trascinato a sedere. A cingerlo, un ragazzo giovane pressappoco
quanto lui, ma che stonava in quel bar old- fashioned come un
mulo in un allevamento di stalloni di razza. Aveva la pelle
appena più chiara del color cioccolato, una corporatura esile,
da quello che si poteva intravedere nella lisa maglia marrone che
indossava, una corta barba nera e una corona di capelli dello
stesso colore, quasi avvolti a spirale su se stessi. Jean fu
sconvolto alla vista dello strano personaggio, e ancor di più lo
divenne quando lo sentii parlare in perfetto francese, quando
dava per certo che fosse di chissà quale paese africano o
asiatico.
Lascia perdere questi tizi, amico mio, non ti aiuteranno
mai.
Conosci la mia lingua?
Guardali
tutti casa e lavoro, lavoro e casa, senza
mai un momento di riposo
non sanno godersi la vita, ecco
come la penso io.
Ma tu chi sei?
Già, non mi ero ancora presentato. Il mio nome è Menjor,
vengo da Cuba. E tu invece come ti chiami?
Jean. Jean-Luc Lartigue.
Menjor emise una grassa risata, più che altro un gorgheggio
somigliante al raglio di un asino.
Che
che cè ora?
Guarda quello
ha inciampato mentre usciva e ha
sbattuto la testa contro il telaio della porta! Che mazzata che
ha preso!
Continuò a sbellicarsi senza sosta mentre luomo che si era
fatto male usciva massaggiandosi la fronte contusa, e Jean poté
vedere che i clienti non si curavano di lui, segno che era un
tipo conosciuto in quel posto, e che finché pagava il suo tè
poteva ridere quanto gli pareva.
Anche tu però mi sembri parecchio legato
dai, non
vorrai ridurti come questa massa di ippopotami, per caso?
No, fece Jean abbozzando un sorriso, è che sto
pensando a come arrivare a questa maledetta strada, visto che
nessuno mi aiuta.
Sai che ti dico? Oggi sei fortunato, perché si dà il caso
che io conosca perfettamente dovè questa strada
a
proposito come hai detto che si chiama?
Harvington Road
si chiama Harvington Road. Davvero
sai dovè?
Certo. Però prima offrimi qualcosa da bere. Sai, senza un
po dalcol le mie rotelle non girano.
Menjor chiamò il cameriere del pub, a cui ordinò un doppio
whisky con ghiaccio. Quando però Jean per pagare cacciò dei
franchi francesi, lipertricotico ragazzo lo strattonò per
un polsino della camicia: Potevi dirlo subito che non avevi
sterline
queste iene se adocchiano il pollo straniero
farcito di soldi sta sicuro che lo spennano e lo mettono in
forno in meno di dieci minuti.
Si scolò dun fiato il superalcolico e per nulla turbato si
trascinò con sé Jean fuori dal locale, spiegandogli un po
a gesti e un po in un discorso del tutto privo di un filo
logico dove si trovasse Harvington Road.
Ti ringrazio, Menjor. Senza di te penso che starei ancora a
girare per Londra come un fesso.
Non preoccuparti. Magari se ci rincontreremo potrai
contraccambiarmi il favore.
Certo. Salutò Jean allontanandosi rapidamente,
preoccupato di arrivare a destinazione prima che il sole
tramontasse del tutto.
Certo, Jean, ci rincontreremo presto, prima di quanto tu
immagini
e lo strano tipo sparì tra loscurità
dei vicoli.
408
409
410 e 411! Eccoci qua. Jean si
fermò davanti ad unanonima palazzina di uno squallido
quartierino londinese. Malridotta, con molte delle imposte
pericolanti o già cadute, gli angoli divorati dalla muffa, la
residenza di Nadia non si mostrava come una tra fastosa reggia,
ma per una ragazza spinta dalla fame dindipendenza e per
giunta senza nessuna referenza da sbandierare ai datori di
lavoro, quella sistemazione era già molto. Già, fu proprio quel
desiderio di essere autonoma, di non dipendere dallaiuto di
nessuno, che la aveva spinta a rifiutare la proposta di Jean di
rimanere in Francia con lui, dopo lesperienza con Argo, che
aveva radicalmente cambiato la vita di entrambi, e laveva
portata a tentare la fortuna in Inghilterra, come fattorina prima
e aiuto redattrice poi. Tirato un lungo respiro il ragazzo entrò
nello squallido edificio, constatando che linterno era se
non altro in perfetto pendant con limmagine che dava dalla
strada: quella che doveva essere una reception si presentava come
un angolo più macilento degli altri. Il bancone del portiere era
roso dai tarli, e lo stesso si poteva dire per il retrostante
scaffale, contenente le sparute chiavi delle stanze
dellalbergo. Non si vedeva nessuno, ma in compenso si
sentiva provenire dai piani superiori una colorita gamma di suoni
e voci, dalle urla sconclusionate di un ubriaco fino ai gemiti
più o meno sommessi di coppiette in amore
e inoltre
laria non era poi tanto migliore di quella che si respirava
al centro della città; lì era un crogiuolo di polveri e gas di
scarico, nelledificio invece cera un tanfo ai limiti
della sopportazione, una curiosa mistura di sudore, sporcizia, e
marciume di vario tipo. Comunque Jean si impose di resistere
allodore, e sbirciando di qua e di là chiamò a gran voce
il portiere. Dopo molti tentativi comparve al bancone un donnone
dai capelli tanto lunghi quanto opachi, con il giro vita di un
barile, che premeva spietatamente sui bottoni della poco
femminile giacca che indossava.
Bè? Desidera?
Salve, stavo cercando Nadia
è una ragazza di pelle
scura, capelli neri, occhi chiari
so che abita qui, io sono
un suo amico e volevo salutarla.
La voce della portiera al nome di Nadia si inasprì: Ah,
così sei un amico di quella pazza! Sappi che la tua amica è da
venti giorni che non si fa più viva, e ha lasciato da pagare
laffitto del mese scorso!
Jean fu scosso da un brivido che gli scese lungo la schiena: non
si era sbagliato, purtroppo. Era successo qualcosa.
In che senso non si fa più viva, vuol dire che non è più
tornata in albergo?
Sì, te lho appena detto! A proposito, visto che tu
sei un suo amico, credo che il minimo che tu possa fare è pagare
il suo conto.
E se pago laffitto, posso salire a dare
unocchiata alla sua camera?
La padrona tergiversò un po, ma di fronte al denaro
prontamente sbattuto sul bancone, cambiò idea. Prese la chiave
della stanza, la numero 16, e fece strada al ragazzo lungo la
malsicura scalinata che conduceva al piano superiore.
Ecco, questa è la camera dovè stata fino a qualche
giorno fa. Lha anche lasciata in disordine, la tua amica,
ma se pensa che io metterò a posto questo macello si sbaglia di
grosso.
Jean si intrufolò nella piccola stanza che faceva a Nadia da
casa; non poté non rimanere stupito e allo stesso tempo
spaventato dal bailamme di carte sparso per il pavimento,
dallarmadio spalancato, dai vestiti gettati a terra e i
cassetti menati per aria.
Signora, lei quindi non ha più messo mano in questa stanza
da quando Nadia se nè andata?
Certo. Lei ha combinato il casino, e lei lo rimetterà a
posto.
E non crede che possa essere entrato qualcuno invece, che
magari cercava qualcosa e per questo può aver messo a soqquadro
tutto?
Senti, ragazzo, quella tua amica sta qui da un anno o forse
più, e che io sappia non ha mai avuto il becco di un quattrino.
Cosa avrebbe potuto rubare un ladro qua dentro?
Gia
che cosa
? rimuginò tra sé Jean,
sistemando alla meglio le bozze degli articoli di Nadia. Ne lesse
qualcuna: magari aveva pubblicato qualche articolo
scomodo, che aveva dato fastidio a qualcuno di poco
raccomandabile
ma scartò subito questipotesi, dato
che per la maggior parte non erano articoli suoi, ma
semplicemente delle brutte copie di suoi colleghi che lei
evidentemente doveva correggere da errori di ortografia. Ben
pochi portavano la sua firma, ed erano tutti di importanza
marginale. Si sollevò in piedi, dopo aver raccolto tutti gli
articoli. La giunonica signora gli ordinò di lasciare la stanza,
ma data lora tarda, le chiese di poter passare una notte
nellalbergo, proprio nella camera di Nadia. Non fu facile
convincerla a parole, ma ormai Jean conosceva la chiave per
renderla accondiscendente: altri venti franchi, e la proprietaria
si accomiatò da lui ostentando cortesia, e ricordandogli che la
cena era pronta alle otto in punto. Jean sfruttò il tempo a
disposizione per analizzare, esplorare palmo a palmo quelle
quattro mura, in cerca di un indizio, di qualsiasi cosa che
potesse fargli capire che fine aveva fatto e perché se
nera andata in quel modo, senza dire nulla a nessuno.
Niente. Assolutamente niente, solo qualche vestito, tanti ritagli
di giornale e un cofanetto di profumi, unico vezzo che si
concedeva in quella vita di forzata austerità.
A cena Jean toccò appena cibo, certo non molto stimolato dalla
cucina inglese, ma perché afflitto dal pensiero di non sapere
cosa fare, dove cercare. Una volta a letto gli fu naturale
pensare che in quel giaciglio aveva dormito tante e tante volte
anche lei, e questo gliela faceva sentire più vicina. Accese una
candela sul comodino a fianco e prese per lennesima volta
lultima lettera che aveva spedito. La loro corrispondenza
li aveva tenuti uniti nonostante la lontananza, e da quando ella
la aveva interrotta, a Jean sembrò sempre di avere un qualcosa
in meno.
Ciao Jean, come va da te in Francia? Andava bene, prima che
tu decidessi di sparire nel nulla! Leggeva e
contemporaneamente pensava ad alta voce, disteso lungo sul letto
senza nemmeno essersi cambiato. In effetti, la sua decisione di
partire era maturata tanto rapidamente che non aveva pensato
neppure a un ricambio di vestiti da portare.
Spero che tu non dedichi troppo tempo alle tue
invenzioni
che tra laltro si rompono subito. E chi
lha detto? Con il mio aereo sono arrivato fin qui, e si è
guastato solo alla fine del viaggio
Io sono finalmente
riuscita a trovare una sistemazione per King
già, King, mi
chiedo come faccia a stare senza di lui ora. Sono convinto che le
è dispiaciuto di più separarsi da lui che da me, ah, ma quando
la rivedo
Ebbe un idea folgorante! Certo! King! Lui è
senzaltro in grado di trovare Nadia! Non sarà un cane da
tartufo, ma sono sicuro che si ricorda lodore della
padrona. Sì, funzionerà di certo!
Lidea che qualcuno, dei ladri quasi sicuramente, si fossero
introdotti nellappartamento lo tenne sveglio per buona
parte della notte e lo accompagnò lungo la mattina seguente. Non
era da Nadia lasciare tutte le sue cose in quello stato, buttate
alla rinfusa per ogni dove. Sembrava anzi che qualcuno fosse
entrato, avesse frugato dappertutto proprio per cercare qualcosa.
Nadia però possedeva lo stretto necessario per vivere, certo non
gioielli o altra roba preziosa. Però
nulla da fare, quel
pensiero proprio non lo scacciava. E poi il modo con cui era
stato avvertito del pericolo, il sogno ricorrente del ragazzo di
colore
era tutto troppo strano. Jean fu interrotto lungo il
filo dei suoi pensieri dalla voce della solita donnona, di cui
intanto aveva scoperto il nome, Mrs. Wallan, che gli urlava di
scendere dalla macchina. Era arrivato a destinazione, la tenuta
della famiglia Glair. Dalla signora Wallan aveva saputo che era
qui che Nadia aveva trovato dopo lunghe ricerche qualcuno che
fosse disposto a prendersi cura del suo King, e, naturalmente
dietro un modico compenso, si era offerta di accompagnarlo; era a
circa 15-20 chilometri dalla periferia di Londra. Un viaggio che
avrebbe potuto sostenere anche a piedi, vista la cifra che aveva
sborsato. La tenuta non era molto estesa, ad occhio una decina di
acri, per la porzione che Jean poteva vedere dal vialetto
daccesso alla casa padronale. Contigua allabitazione
era la stalla, poco più piccola della prima, dove trovavano
rifugio i buoi necessari allaratura dei campi circostanti,
e, unico segno della modernizzazione, un piccolo trattore,
lasciato allesterno a giacere inutilizzato da molto tempo,
dallo strato di ruggine rossastra che lo ricopriva quasi
interamente. Arrivato alla porta bussò una prima volta, ma non
ebbe alcuna risposta. Tentò una seconda e una terza volta, con
intensità maggiore, ma il risultato non cambiò. Lunica
spiegazione possibile era che i due coniugi fossero entrambi al
lavoro nei campi. Jean si diede unocchiata attorno: di loro
nessuna traccia, almeno nella zona antistante alla casa. Si
diresse quindi verso la stalla, dato che non vi erano passaggi
che conducessero dallaltra parte. Superò le grandi porte,
due tavole fatte di assi di legno bucherellate legate tra di
loro, che i padroni avevano lasciate semichiuse, e vide che
quanto aveva pensato corrispondeva a verità: laltro lato
della stalla era aperto, mentre ai lati erano tenuti gli animali,
mucche, qualche capra e due paia di cavalli.
Signor Glair? È in casa? Jean avanzò di poco,
accarezzando uno dei cavalli che allungava il muso verso di lui,
leccandogli una mano.
Ciao, bello. Cosa cerchi, non ho nulla addosso. Si
fece ripagare almeno strofinandogli il collo. Il cavallo mostrò
di gradire la coccola, ma ad un tratto voltò il muso verso la
porta dove il ragazzo era entrato, e cominciò a scalciare e a
nitrire come impazzito.
Calma
cosa ti succede?
Jean fece appena in tempo a voltarsi in quella direzione prima di
essere sbattuto violentemente a terra. Il misterioso assalitore
lo teneva fisso a terra in una morsa dacciaio; riusciva a
bloccargli sia braccia che gambe con il suo peso. Era come avere
addosso un macigno. Il suo fiato gli torturava il viso: era un
fetore indescrivibile, impensabile che fosse un essere umano ad
averlo. Poi si decise ad aprire gli occhi: non era stato un uomo
a fargli quella brutta improvvisata, bensì un animale troppo
cresciuto.
King! solo in quel momento si ricordò che il
cucciolo da lui conosciuto ormai non esisteva più, e al suo
posto cera un bestione da un quintale con una forza
tremenda e un alito da fogna. Il suo manto era simile alle
sconfinate distese della savana, e i suoi occhi rotondi
risplendevano della luce del sole equatoriale. Altro che gatto
troppo cresciuto: si ritrovava di fronte un pezzo
dellAfrica selvaggia.
King, non mi riconosci? Sono io, Jean! aveva paura
che non lo riconoscesse, dopo tre anni di lontananza, e lo
considerasse alla pari di una succosa colazione. Per sua fortuna
il leone si limitò a lavargli la faccia con una generosa leccata
e a fargli scivolare gli occhiali dal naso, per poi lasciarlo
libero e deriderlo con uno sbadiglio che sapeva di uno sfottò.
Sembra che dovrò cominciare a rispettarti sul serio, mio
caro King. Mentre gli grattava la testa, sentii dei passi
pesanti alle sue spalle, e nel girarsi vide un uomo sporco di
terra fino alla cintola, con un rastrello sulla spalla, che lo
guardava a bocca aperta, mostrando i denti, gialli uno per uno.
E tu chi diavolo sei?
E lei il signor Glair?
Sì, sono io
Piacere di conoscerla. Il mio nome è Jean-Luc Lartigue, e
avrei bisogno di parlare con lei.
Mezzora più tardi sedeva al tavolo del salotto buono di
casa Glair, con una tazza di tè fumante e un invitante vassoio
di biscotti fatti in casa. Davanti a lui, Mrs. Glair, una arzilla
signora sulla cinquantina, dallaria benevola, non proprio
magrissima, con un sorriso che avrebbe reso accondiscendente
chiunque.
Ti prego ti perdonare mio marito, lui è un po
burbero, specie con gli sconosciuti.
Non si preoccupi, signora, anzi vogliate scusare me che
sono piombato in casa vostra senza preavviso, ma avevo una certa
urgenza.
Jean dalla fluida parlantina della donna venne a sapere che aveva
conosciuto Nadia un mese prima, quando si era recata a Londra per
vendere i propri prodotti. Nadia aveva fatto scorta da lei di
ogni genere alimentare che fosse esclusivamente vegetale,
pressoché svuotandogli il bancone. Sempre con lei si era sfogata
del suo problema di non riuscire a trovare un luogo dove lasciare
King, visto che tenerlo nel minuscolo appartamento equivaleva a
farlo morire dinedia e la padrona era arrivata a
minacciarla di sfratto. Fu la stessa Glair a quel punto a
offrirsi di dargli ospitalità, sfidando le ire del marito che
temeva che divorasse i suoi animali. Preoccupazione infondata,
perché Nadia con due paroline ben assestate convinse il leone ad
mangiare solo quello che gli veniva dato, e a non allenare le sue
capacità predatorie con il bestiame della fattoria.
Così tu sei un suo amico. Sai, Nadia mi ha fatto subito
una buonissima impressione. E poi era disperata, non riusciva a
trovare qualcuno che si prendesse cura della sua bestiola da
nessuna parte. Una ragazza così gentile, così a modo
So
che lavora per un giornale, ma è un po di tempo che non la
sento. Sai se sta bene, se ha bisogno di qualcosa
?
Jean glissò laccenno a King come semplice
bestiola, e inoltre preferì non parlare del
mulinello di preoccupazioni che aveva in testa, e tergiversò
sparando la prima panzana che gli sovvenne.
Sì
non si preoccupi, Nadia sta benissimo
è
che mi ha chiesto di venire a prendere King. Sa, non riesce a
sopportare più di essergli lontana.
Poteva venire lei stessa a prenderlo. Le dissi che sarebbe
stata la benvenuta, sempre, che anzi mi avrebbe fatto piacere
passare qualche giorno in sua compagnia. Come mai non è venuta?
Ha avuto dei problemi?
No, non si preoccupi, è soltanto che è molto indietro col
lavoro, così ha mandato me. Sa, sta facendo carriera nel
giornale, e spesso fa gli straordinari.
Capisco. In questo caso, te lo affido.
Alluscita da casa Glair, dopo aver abbondantemente salutato
la loquace signora Salutatemi tanto la cara
Nadia, era quello che ripeté fin quando la strana coppia
non sparì dal suo sguardo Jean non riuscì a vincere la
tentazione di montare sulla schiena di King; rimase però di
sasso ad una occhiata non proprio amichevole mentre aveva già
alzato una gamba sopra il suo dorso.
Daccordo, daccordo
come non detto.
Erano senzaltro finiti i tempi in cui si poteva allontanare
King lanciandolo via per la coda, pensò amaramente Jean.
Visto che non vuoi farmi risparmiare la scarpinata fino a
Londra, almeno renditi utile: ecco, annusa questo.
Jean porse allanimale uno dei foulard di Nadia, che aveva
preso in prestito la notte precedente.
King, ho bisogno del tuo aiuto. Trova Nadia, ti prego. Sei
il solo che può farcela.
Un altro si sarebbe stupito alla reazione dellanimale, ma
Jean non lo fece. Sapeva fin troppo bene che quel leone era in
qualche modo in grado di capire quello che gli si diceva, così
quando cominciò a correre alla disperata attraverso le
coltivazioni, il ragazzo si limitò a seguirlo senza pensarci
troppo su. King per istinto si apriva la strada attraverso i
fitti ammassi di spighe ad una velocità fulminea, ma Jean
nonostante la qualità del suo battistrada faceva molta fatica a
stargli dietro almeno quanto bastava per non perderlo di vista.
Almeno in mezzo ai campi King non spaventerà
nessuno. Sì, ma non tenne conto dei proprietari dei campi,
che vedevano un ragazzo dallaria stravolta che correva a
perdifiato dietro ad un qualcosa che non si distingueva bene, ma
con sicurezza si poteva dire che stava distruggendo tutto quello
che incontrava. Le fucilate non tardarono ad arrivare,
accompagnate ai più coloriti elenchi di insulti che uomo potesse
immaginare. Fu sorprendente notare come questo fu sufficiente per
mettere le ali ai piedi di Jean, che si ritrovò a fuggire fianco
a fianco del leone, che quando si accorse di averlo accanto si
girò a guardarlo come incuriosito.
Scusa se ho fretta, ma credo di avere i creditori alle
calcagna!
La matta corsa dei due durò uneternità, tanto che nemmeno
loro saprebbero dire quanto. Tutto quello che a loro fu chiaro,
fu il fermarsi, completamente distrutti, sullargine di un
canale che scorreva a mezza portata. Jean si lasciò crollare a
terra, esausto nel corpo almeno quanto nello spirito. Il sole
picchiava inesorabile sulla sua fronte, e a nulla valse farsi un
po di ombra sugli occhi, per non rimanere intontito dal
riverbero. Anche King risentiva della maratona fuori programma. I
leoni sono animali potenti e agili, ma la durata sulla lunga
distanza non è certo il loro pezzo forte, e anzi lui si era
dimostrato ben più resistente di molti suoi simili. Lo stomaco
del ragazzo si lamentava ruggendo, forse perché voleva entrare
in competizione con lugola di King, fece mestamente Jean.
Si tolse dalle spalle il petreo zaino che gli gravava addosso da
tutta la mattinata, e lo scaricò a terra. Lavrebbe
sicuramente gettato alle ortiche ore prima, se non avesse
contenuto quello che in un tale frangente, era di gran lunga ben
più prezioso di denaro, oro e gioielli: pane, formaggio, delle
scatolette, qualche pezzo di carne e soprattutto dellacqua.
Hai fame? gli occhioni luccicanti del leone valevano
certo come la migliore delle risposte. Jean gli getto una buona
parte di quello che aveva; tanto non sarebbe riuscito a mangiare
tutte le scorte che si era portato, e in ogni caso la
possibilità di ritrovare Nadia dipendeva esclusivamente da lui.
King non si fece pregare, e divorò avidamente quel poco cibo che
Jean aveva diviso con lui, per poi bere un po dacqua
versata in una piccola buca del terreno. I due si spostarono un
centinaio di metri più giù, seguendo il corso dellacqua,
sotto lombra provvidenziale di una quercia. Si concessero
appena unora di riposo, giusto quanto bastava per
recuperare le energie, e poi di nuovo di corsa questa volta
nellavvallamento creato dal canale, nella speranza di non
incocciare più un villico troppo su di giri. Se non altro non
ebbero ulteriori incontri ravvicinati con i contadini del posto,
ma la ricerca si stava facendo estenuante. Solo dopo un folle
viaggio in aereo e un altrettanto folle galoppata nelle campagne
dellhinterland londinese Jean realizzò quello che non
aveva voluto ammettere, e nemmeno pensare, fin dallinizio:
che non aveva la più pallida idea di dove cercare Nadia, nemmeno
un briciolo di indizio che lo direzionasse sulla retta via.
Finora aveva seguito il leone convinto che sapesse dove andare,
che sentisse in qualche maniera che la padrona era vicina, ma
probabilmente stava solo correndo dietro allodore di una
mucca, o una pecora. Eppure sembrava convinto di quello che
faceva, lo intuiva da come sbatteva la coda, raspava una zolla
qui e là
Ma scosse la testa, sfiduciato.
Devo essere diventato matto. Ora pendo dalle labbra
puzzolenti di un animale per scoprire dove è andata a finire
Nadia. Anzi, dal suo naso! Roba da matti
Fino al crepuscolo continuarono ad ispezionare le rete di canali
della zona, ma non con la massacrante andatura del primo
pomeriggio, bensì a passo di marcia, sebbene sostenuta. Sceso il
sole, che colorava di mille e mille sfumature rosate le eteree
nubi che cavalcavano il cielo dallorizzonte fino alla sua
volta, arrivarono davanti a un impianto di pompaggio
dellacqua. Si alimentava da uno dei fiumi del posto, forse
dallo stesso Tamigi, o da un suo dannato affluente. Adiacente al
macchinario vi era un bugigattolo, una minuscola cabina di
controllo, larga pochi metri quadrati, ma sufficiente per Jean e
King.
Vieni, King. Passeremo la notte qui. Poi, domani, vedremo
sul da farsi. Trovare Nadia era sempre la prima delle sue
preoccupazioni, ma cominciava a valutare che forse buttarsi alla
disperata, senza un piano preciso, uno straccio di indicazione,
non poteva condurre che a niente. Ci avrebbe dormito sopra, tanto
si sa che la notte porta consiglio. O almeno, era quanto sperava.
Era riuscito a trovare una coperta: almeno questa la tenne per
sé, visto che la pelliccia di King era molto più efficiente, e
non aveva bisogno daltro per stare al caldo. Lestate
stava rapidamente lasciando lInghilterra, e alla sera la
temperatura scendeva considerevolmente. Non che fosse davvero
freddo, ma lescursione termica poteva giocare un brutto
scherzo alla salute, e Jean aveva già abbastanza problemi così,
senza doversi misurare con un potente raffreddore.
Entrambi si addormentarono in breve tempo; King era senza dubbio
il più spossato dei due, e se ne stava raggomitolato a un passo
dal ragazzo, che si teneva caldo per quanto poteva, semisdraiato
sul pavimento. Jean ringraziò di cuore il suo sonno leggero,
magari aiutato dalla scomoda posizione, che lo fece ridestare al
rumore di passi sommessi, che sembravano dirigersi verso la
baracca. Nellombra, scivolò alle spalle delluscio,
stringendo un pezzo di tubo, la cosa più minacciosa che aveva
reperito. Attese di scoprire se con la sua intuizione aveva visto
giusto, contando gli affannosi respiri del suo corpo uno ad uno.
Dopo lunghi, interminabili attimi, la porta si aprì lentamente,
emettendo un tetro cigolio. King non diede adito a segni di
agitazione che ne turbassero il sonno, così il visitatore
penetrò allinterno, incuriosito dalla familiare sagoma che
vi intravedeva.
Ma tu sei
ebbe appena la possibilità di
sospirare con un filo di voce, prima che Jean lo cingesse con una
fulminea presa al collo. I suoi muscoli si tendevano fino allo
spasimo nellimpedirgli ogni movimento, ma lestraneo
lo sorprese, spostandogli il piede dove bilanciava il peso del
corpo con il proprio, curvando in avanti il busto e
scaraventandolo sulle pareti di lamiera utilizzando la sua stessa
forza. Jean si rimise in piedi allistante, gettandosi
incontro allo sconosciuto senza dargli il tempo di schivarlo, e
sbattendolo contro la porta. King si era svegliato di
soprassalto, emettendo un gorgoglio basso; rimase però
assolutamente fermo, addirittura non spostandosi dalla posizione
a ciambella. Jean afferrò il suo avversario per il collo della
giacca, cercando allo stesso tempo di opprimergli la gola.
Però
cera qualcosa che non si aspettava. Premendo il
proprio corpo contro il suo, notò che era insolitamente esile, e
che davanti era come
morbido. Scacciando a forza il velo di
furia che lo aveva pervaso, vide davanti a sé una ragazza
sinuosa, in una giacca scucita in più punti che opprimeva le sue
forme di donna, una chioma scura che, seppure in disordine,
conservava intatta tutta la sua bellezza, e poi la cosa che amava
più di tutte: gli occhi, profondi, intensi, espressivi, quegli
occhi che lo avevano fatto innamorare al primo sguardo. E che
ora, finalmente, fissava:
Nadia
sussurrò Jean, allentando la presa.
Jean
sei tu! Sei proprio tu! non disse
nullaltro, ma lo abbracciò, piangendo sulla sua spalla.
Nadia
non sai come sono felice di vederti. Ma
cosa ti è successo? Perché non scrivevi più? E soprattutto,
cosa ci fai qui?
Vedi, ci sono delle persone
non so chi, non
chiedermelo
che mi stanno dando la caccia. Saranno venti
giorni, credo. Non riesco più nemmeno a rendermi conto del tempo
che passa. Non mi danno un attimo di tregua, sbucano dappertutto,
non mi danno pace!
Nadia riprese a piangere, un pianto che non era di disperazione,
quanto piuttosto di liberazione; ora non era più sola. Poteva
contare su Jean, colui che già laveva salvata tante volte
tempo addietro. Non poteva sperare in un aiuto migliore.
King! Si rese conto che non si era sbagliata nel
distinguere il suo adorato leone, e corse subito ad abbracciarlo.
Da parte sua lanimale ricambiò strofinandosi su di lei,
facendo le fusa come un gattone.
Dove sei stata tutto questo tempo?
Te lho detto. Sono scappata. Mi sono nascosta prima
nella cantina del mio albergo, ma mi hanno trovata subito, così
mi sono rifugiata nei bassifondi della città, passando di casa
in casa
ma è stato tutto inutile, era come se sapessero
dove cercarmi. In seguito ho deciso di lasciare Londra, pensando
che magari nelle campagne potessi essere più al sicuro. Ma mi
sbagliavo.
Nadia era abituata fin da piccola a vivere sola, quindi non era
la solitudine quella che la spaventava tanto; ma tutte le volte
che si era trovata in pericolo cera stato sempre Jean ad
aiutarla, consolarla, e solo vedendolo di nuovo accanto a sé
ritrovava un po della serenità che le era stata strappata
in quei drammatici giorni.
Mi hanno dato la caccia anche qui, ma fortunatamente solo
di notte. Di giorno non osano farsi vedere, forse perché temono
che i contadini li vedano, e chiamino aiuto
Giusto poco fa
sono riuscita a seminare un loro gruppo, a un chilometro da qui,
o forse qualcosa in più
Ti ho attaccato proprio perché
credevo fossi uno di loro. Anzi, devo chiederti scusa.
Cosa dici? Sono io che dovrei scusarmi, ti ho colta alle
spalle senza nemmeno accertarmi di chi fossi. E che ho avuto
paura, e ho preferito difendermi. Ti ho riconosciuta solo
bè
Come?
Quando ti ho stretta, e ho sentito
insomma
Inevitabilmente lo sguardo si posò sul seno
della ragazza: anchesso, come King, in tre anni era
radicalmente mutato. Le forme solo accennate di una pubescente si
erano sviluppate in quelle, floride, di una donna.
Jean alla pallida luce della luna che filtrava tra le lastre di
metallo non poteva distinguere il rossore che avvampò sul volto
di Nadia, a metà tra la vergogna e la rabbia.
Non sono più una bambina, cosa credi? Mise il muso
la ragazza, prendendo per sé la coperta di Jean lasciata sul
pavimento.
Io qui sono arrivata prima di te, quindi se permetti la
coperta la prendo io.
Ecco la solita vecchia Nadia
concluse
tristemente Jean, sistemandosi al fianco di Nadia, appoggiando la
schiena alla sua.
Cerca di dormire, Nadia. Domani cercheremo di capire quello
che sta succedendo.
Dormi, tesoro mio, dormi. Ora che ti ho ritrovata, non ti
lascerò più. Non permetterò che ti accada nulla di male. Fu
questo lultimo pensiero di Jean, prima di ripiombare in un
meritato riposo.
I dardi del primo Sole del nuovo giorno squarciavano la fievole
barriera dei lastroni di metallo, andando a bersagliare la faccia
di Jean. Fu costretto, controvoglia, a lasciare il mondo dei
sogni e a riprendere contatto con la realtà. Nel sonno si era
spostato sul fianco opposto a quello con cui si era addormentato.
Ora era rivolto alla schiena di Nadia. Si mise a sedere, e il
desiderio di sfiorarle la pelle scura e perfetta fu troppo forte
affinché potesse vincerlo. Al tatto la sua spalla era morbida e
piacevolmente tiepida. La carezzava amorevolmente, traendo una
sconfinata gioia solo da quel tocco. Il volto era sereno, in
netto contrasto con gli avvenimenti che la avevano tormentata. Ma
questa non era una novità: anche in passato, Nadia, pur nelle
situazioni più difficili nel sonno assumeva unespressione
angelica. Dopotutto, cosera lei per Jean se non un angelo,
il più bello. Il suo. Ritrasse di scatto la mano quando la
ragazza si mosse, mettendosi a sedere.
Scusa, Nadia, non volevo svegliarti.
Ella però non intese quello che voleva dire Jean, magari per la
profondità del sonno in cui era sprofondata. Non che fosse una
dormigliona di natura, ma evidentemente le fatiche, anche e
soprattutto mentali, a cui si era sottoposta, le pesavano più di
quanto lasciasse trasparire. Jean le lasciò apposta tutto il
tempo che le serviva per riprendere lucidità e mettere qualcosa
sotto i denti, prima di cominciare il suo interrogatorio.
Nadia, ieri sera eravamo tutti e due stanchi, quindi non ho
voluto farti delle domande inutili, ma ora ho bisogno che tu mi
dica per filo e per segno quello che è successo.
Ti ho già detto che sono stata costretta a fuggire da
Londra, no?
Sì, lo ricordo. E ricordo anche che hai accennato a molte
persone che ti inseguivano, tanto che parevano sbucare da tutte
le parti. Quello che volevo sapere è se hai unidea di chi
siano, e di cosa vogliano da te.
Nadia si raccolse nelle spalle. Non so che dirti, non ho
niente che possa interessare a dei ladri. So solo che è
cominciato tutto la sera del 4. Stavo rincasando dal lavoro. Ero
quasi arrivata, quando mi si sono parati davanti. Saranno stati
dieci, magari quindici, non so, perché me li sono trovati anche
alle spalle. Quello che mi ha colpito subito è che prima di
attaccarmi, hanno voluto essere sicuri che fossi davvero io:
infatti mi hanno chiesto come mi chiamavo.
E poi? Cosè successo?
Sono scappata. Volevano bloccarmi cingendomi in gruppo, ma
io li ho prevenuti, per fortuna. Sono riuscita a infilarmi in un
vicolo, saltando sopra la testa di uno di loro. È da lì che
hanno cominciato a inseguirmi. Non mi hanno dato tregua, fino ad
oggi, tutte le sere. Avrei voluto tornare a casa, almeno per
prendere qualcosa, ma non mi hanno concesso neppure questo.
Nadia abbassò gli occhi al ruvido pavimento della cabina,
lasciando che la frangia di capelli neri le coprisse la fronte, e
oscurasse la sua espressione triste. Già la sera prima aveva
dato una larga dimostrazione di debolezza, cosa che lei
assolutamente odiava. Sin dai tempi in cui lavorava al circo, in
Francia, se lera sempre cavata da sola, almeno fino al
momento dellincontro con Jean. Ma neppure con lui si
concedeva di mostrare fragilità troppo spesso. Risollevò la
testa solo quando lo sentì ridacchiare sotto i baffi. Cercava di
trattenere il riso, ma non ce la faceva.
E ora cosa hai da ridere a quel modo?
Nulla
stavo solo pensando che magari quei tizi ti
stavano inseguendo per chiederti di uscire
e forse si
saranno offesi a vedersi respinti. Tantè che ti stanno
ancora cercando per farti una proposta galante
Ma bene! tuonò Nadia balzando in piedi. Si scagliò
sul malcapitato Jean come una tigre affamata sulla preda.
Io sono braccata come unanimale, senza cibo, senza un
posto dove dormire, e tu che fai? Mi prendi anche in giro?
Scusa. Non volevo offenderti. Cercavo solo
di
sdrammatizzare un po.
Sei il solito stupido. Nadia ripropose uno dei suoi
numeri migliori: tenere il muso a Jean. Gli voltava la faccia,
chiudendo gli occhi, con il piglio di una nobile. Jean si sentiva
sempre rimpicciolirsi di fronte a quella dimostrazione di
austerità, ma tentò di riallacciare il discorso.
Nadia, sei sicura di non avere nessun sospetto su chi
siano? O di cosa vogliano?
Io credevo che fossero semplici malviventi
sospirò lei girandosi di nuovo e schiudendo le palpebre, che
nascondevano un intero universo di luci e colori.
No, lo escludo. Se fossero davvero dei comuni ladri, non si
prenderebbero il disturbo di darti la caccia ogni volta che cala
la sera. No, ci deve essere qualcosaltro. Pensaci. Magari
avrai li avrai sentiti accennare a qualcosa.
Sì, forse
ma non voglio nemmeno pensarci. Non voglio
credere che tutto stia
per accadere di nuovo.
Tutto cosa, Nadia? Ti prego, se sai qualcosa dilla. Anche
un piccolo particolare, qualsiasi cosa può esserci utile nelle
situazione in cui stiamo.
Jean. Gli uomini che mi stanno inseguendo
sono tutti
a volto coperto.
Non ti chiedo di descrivermeli, ma almeno di accennare a
qualcosa
Nadia lo zittì con un cenno della mano. Sono tutti a volto
coperto, e la maschera che indossano la conosco bene. E la
conosci anche tu.
No
stai scherzando
Jean riscoprì cosa
significasse tremare di paura, temendo che il più orribile dei
suoi ricordi riprendesse vita.
Jean, è la maschera che indossavano gli uomini di
Argo.
Jean si sentì mancare il terreno sotto i piedi. Argo, il nemico
di sempre, tornava a minacciarli. Lui, che secoli addietro era
stato il primo ministro di Atlantide, braccio destro del capitano
Nemo, ossia Elisis, re di Atlantide . Lui, che per la smisurata
sete di dominio era entrato in conflitto con Nemo. I due ragazzi,
assieme allequipaggio del Nautilus, da cui erano stati
accolti, lo avevano combattuto tenacemente, mettendo a
repentaglio la loro stessa vita. Solo dopo durissimi scontri
riuscirono a sconfiggerlo, ma pagando un altissimo prezzo: le
vite di Venusis e di Nemo, fratello e padre di Nadia, principessa
del perduto regno di Atlantide.
Sei sicura di non sbagliarti? la voce di Jean era
risucchiata dalla paura, che gli contorceva le viscere.
No, sfortunatamente no. Non potrei mai sbagliarmi su una
cosa del genere. Non ho voluto dirtelo subito perché io stessa
non volevo crederci. E anche tuttora, mi rifiuto di accettare che
Argo sia ancora vivo.
Ma è morto sul Noè Rosso! Tu stessa lhai visto
ridursi a una statua di sale, al contatto con il potere della
pietra azzurra.
È quello che pensavo anchio. Ma forse non cè
Argo a capeggiarli, forse lo ha sostituito un altro.
La situazione per noi non cambia purtroppo. Però
se
laltra volta voleva mettere le mani sulla pietra, ora Argo,
o chi per lui, a cosa può mirare?
La faccia di Nadia si incupì nuovamente. Volse lo sguardo in
basso una seconda volta, stringendo forte con le mani lorlo
della giacca, maltrattata durante i giorni di fuga disperata.
Jean, spesso quegli uomini correndomi dietro, mi urlavano
di fermarmi. E talvolta dicevano che dovevo consegnar loro
la pietra.
Cosa? Hai ancora con te la pietra azzurra?
No! Lho esaurita per curarti. Fu in
quelloccasione che Argo rimase ucciso. O perlomeno è
quello che credevo fino a poco tempo fa.
Così ancora una volta vogliono la pietra azzurra
tre
anni fa gli serviva per dare potenza al Noè Rosso. Chissà ora
che quellastronave è distrutta cosa ha intenzione di
farne.
Sempre che esista ancora. Dopo essersi esaurita si è
trasformata in un semplice sasso, ricordi?
Già. E un semplice sasso
può essere dovunque.
Che vuoi dire?
E semplice. Se Argo sta cercando la pietra azzurra,
stai pur certa che ha qualcosa in mente. E sinceramente non
voglio che lo metta in pratica, qualunque cosa sia.
Vuoi dire che dovremmo metterci a cercarla anche noi?
Jean annuì. La pietra azzurra, bagaglio e fulcro della civiltà
atlantidea, che proveniva addirittura dallo spazio, era
potenzialmente in grado di distruggere il mondo, se mal
utilizzata. Era più che mai necessario recuperarla. Raccogliendo
le scarse scorte di cibo che erano rimaste, e litigando con King
per costringerlo ad alzarsi, Jean guardò Nadia. Nessuno avrebbe
mai pensato che una ragazza come lei, uguale a tante altre ma
allo stesso tempo così unica per lui, fosse unaliena.
Jean, non te lo avevo ancora chiesto
come hai fatto a
sapere ero nei guai? Chi ti ha informato?
Jean le spiegò il sogno ricorrente che lo aveva accompagnato per
un mese circa, scomparendo solo al suo arrivo in Inghilterra. Le
parlò del ragazzo in un certo senso simile a lei, con la stessa
pelle color cioccolato, gli occhi verdi, e i capelli di un nero
molto simile al suo. Nadia alle parole di Jean ebbe un sussulto
nellanimo. Si ricordò di unombra, unombra che
per chioma aveva degli stralci di cielo notturno. La teneva per
mano, e giocava con lei in un giardino dove i fiori non morivano
mai. Fu solo un attimo, prima che Jean la svegliasse dalla
trance.
Nadia, stai bene?
Sì, non preoccuparti. Ero solo soprappensiero. Su, ora
usciamo da qui.
Torno a ripetere che così non risolveremo niente.
Sbuffò Nadia, evitando lennesima spiga che stava per
schizzarle in un occhio. Jean la precedeva nel fitto campo di
grano, aprendo via via un passaggio con laiuto di King. Con
il suo quintale di peso non aveva difficoltà a tracciare una
strada in quellintrico. Spesso però tossiva, quando uno
dei fusti più bassi gli finiva in bocca. In quei casi si sfogava
tirando una possente zampata alla pianta colpevole.
Hai per caso unidea migliore?
Andare dalla polizia non servirà a nulla, e lo sai anche
tu! Nadia teneva le braccia incrociate; seguiva Jean solo
per inerzia, non perché fosse convinta della sua proposta.
Jean, la polizia non può fare nulla contro Argo.
Non abbiamo nessun altro a cui chiedere aiuto. Non abbiamo
scelta.
Credevo che fossi venuto tu ad aiutare me.
Già, ma non credevo che i nostri vecchi amici tornassero a
farsi vivi. E comunque non ho certo detto che non voglio più
aiutarti.
Jean percorse altri metri nella campagna senza né rivolgere la
parola a Nadia, né girarsi.
Dai, Jean, non dirmi che te la sei presa, stavo solo
scherzando.
Ancora nulla, questa volta Jean sembrava non mandare giù la
battutina.
Jean, andiamo, te la prendi per così poco
Tu ti saresti arrabbiata anche di più, se avessi fatto un
viaggio fino a Londra come il mio, e ti fossi data da fare per
trovare una ragazza irriconoscente e
Zitto! Nadia lo troncò a metà della frase,
bloccandosi di colpo. Si era messa in tensione, come un felino,
prestando orecchio alla più minima vibrazione dellaria.
Jean intanto stava cambiando colore; il rossore, endemico sulle
sue guance, invadeva tutto il resto del volto. Avrebbe voluto
mettersi a strillare, o ancora meglio, mangiarla con un urlo.
Nadia, io
Nulla da fare. Fu zittito di nuovo.
Nadia gli chiuse letteralmente la bocca con una mano, e lo fece
abbassare in silenzio.
Non fare rumore, Jean. Sono qui. Anche King
condivideva lagitazione della padrona. Si era accucciato a
terra, ma nessuno dei suoi sensi era sopito, anzi: i suoi muscoli
erano pronti a scattare in qualsiasi momento.
Dove?
Qui attorno. Dieci, o forse di più.
Jean rimase allibito. Non che non fosse al corrente delle grandi
capacità di Nadia, ma quella di fiutare le persone ancora non la
conosceva. Ma forse era normale. Nel giro di poche settimane si
era dovuta cimentare con la realtà di una preda continuamente
inseguita dai cacciatori. Listinto di avvertire il
pericolo, quando questo era vicino, poteva derivare da qui.
Ora cosa facciamo?
Aspetta. Jean fece per alzarsi, con movimenti
lentissimi. Nadia gli digrignò di acquattarsi, ma la curiosità
fu più forte. Dopotutto poteva anche sbagliarsi, poteva aver
confuso dei contadini al lavoro con i suoi nemici. Sbucò di un
palmo appena oltre il livello delle piante. Riconobbe in un
attimo i cappucci neri, conici, che si elevavano di una decina di
centimetri dalle bocche dei fucili, tenute in alto affinché non
si impigliassero. Jean si lasciò cadere a terra. Divenne pallido
come un cencio. Il pensiero di finire impallinato come una
quaglia non lo esaltava di certo.
Visto?
Ci stanno di fronte
dobbiamo muoverci, prima che ci
trovino.
E dove andiamo?
Guarda. Le indicò un capannone sulla loro sinistra,
una sorta di grande cascina dove probabilmente era stipata la
paglia per i cavalli.
Jean, non ce la faremo. È troppo lontano, ci
vedranno.
Preferisci stare qui? Se vuoi te li chiamo, faccio loro un
cenno, così ci si va a fare una scampagnata tutti assieme.
Daccordo, stupido.
Allunisono iniziarono a strisciare, metro dopo metro, verso
la costruzione. Gli uomini sulle tracce di Nadia si avvicinavano
però sempre di più, tanto che in breve i due ragazzi poterono
sentire loro brandelli di parole.
Deve essere da queste parti. Non può essersi allontanata
di molto, rispetto alla posizione dellaltra sera.
Cerchiamo di tenere gli occhi aperti. È molto probabile
che si siano nascosti da qualche parte nei campi. Battete tutta
la zona palmo a palmo.
Gli uomini incappucciati si dispiegavano a ventaglio per
controllare una superficie più vasta. Nadia faceva di tutto per
mantenere il sangue freddo, ma la cosa era tuttaltro che
facile.
Si stanno avvicinando.
Lo so. Proviamo ad allontanarci di qualche metro.
Cominciarono a descrivere una ampia curva, allontanandosi dalla
direzione che volevano prendere. Le spighe crepitavano sotto gli
anfibi degli uomini misteriosi, una dopo laltra. Era come
un macabro preludio ad una possibile sparatoria. Gli scatti,
netti, dei fusti che si schiantavano somigliava a colpi di arma
da fuoco. Fu uno di questi, più forte degli altri, che turbò
King. Il leone si voltò dalla parte da cui stavano fuggendo. Un
ennesimo crack gli fece totalmente perdere il
controllo. Spiccò un balzo oltre la cima delle spighe. I ragazzi
sentirono distintamente i primi spari, quelli veri, dei fucili,
che riempivano prepotentemente laria. A far loro da
contraltare fu un urlo, agghiacciante, di un uomo. Durò un
secondo, ma tanto bastò a far accapponare la pelle di Nadia.
Seguirono altri spari, e grida degli inseguitori. Dopo meno di un
minuto vi fu un nuovo grido di dolore cieco.
La gamba! Mi sta divorando la gamba! Sparategli!
Fu troppo. Nadia scattò in piedi, terrorizzata al pensiero che
giustiziassero King. Fortunatamente il leone era ancora vivo e
vegeto, ma lo spettacolo che le si presentò non era certo
migliore. Luomo che aveva attaccato aveva le braccia
straziate dalle sue unghiate; inoltre aveva addentato saldamente
la gamba sinistra, e la sballottolava a terra. Poco più in là,
il corpo di un altro uomo. Completamente insanguinato, non dava
più segni di vita. Ebbe la conferma quando si accorse dello
squarcio nel suo addome, su cui era avventato un nugolo di
mosche.
Eccola! Avanti, che aspettate, prendetela!
Se non fosse stato per Jean, sarebbe rimasta immobile a farsi
portare via. La afferrò per un braccio, ridestandola
dallorrore in cui era piombata. Tirandosela dietro, corse
con quanto più fiato aveva in corpo verso il casolare.
King! Mio Dio, King!
Il leone lasciò la presa e sgusciò via. Nadia sentì
distintamente i colpi, che avrebbero dovuto fare giustizia
delluomo crudelmente ucciso. Si sollevò quando lo vide
invece riapparire da una macchia alla sua destra, senza alcuna
ferita.
Non lasciatevela sfuggire!
Le grida mettevano le ali ai piedi dei ragazzi. Mancava poco per
arrivare al capannone; in esso vedevano una zona franca, una
salvezza a breve termine. Una volta lì, avrebbero escogitato
qualcosaltro per uscire indenni da quel frangente.
Fate attenzione quando sparate! Il capo ha detto che la
vuole viva. Quindi fate quello che volete con la bestia e quel
ragazzo che la accompagna, ma state attenti a non ferirla!
Questo era importante: non volevano semplicemente un oggetto da
Nadia. Volevano lei stessa. Ciò faceva definitivamente cadere le
ultime speranze di Jean. Non potevano essere dei malviventi
comuni, per quanto tenaci e ostinati. I due ragazzi infine
raggiunsero lagognato traguardo, incalzati dalle raffiche.
Non erano indirizzate direttamente ai loro corpi, ma scheggiavano
laria tuttattorno ai loro piedi. La nuvola di polvere
che si liberò mordeva loro le caviglie. Era di sicuro il miglior
incentivo desiderabile. Jean spalancò la pesante porta della
baracca con una spallata. Si era caricato con la lunga corsa,
tanto da finire quasi a terra dopo che questa aveva ceduto di
schianto. Nadia prontamente la richiuse. Trovò a lato dello
stipite una trave di legno massiccio, e la infilò negli attacchi
posti dietro lentrata.
Fatto. Ora saremo al sicuro.
In quella le tavole di legno che facevano da porta ebbero un
sussulto, accompagnato da spari in rapida successione, che le
bucherellavano. Le voci degli uomini di Argo si fondevano in un
tumulto di caccia. Chi non era impegnato a sparare per mettere
paura ai ragazzi cercava in qualche modo di buttare giù la
porta.
Tu dici? Jean condusse Nadia lontano dalla porta, che
almeno per il momento sembrava reggere alla carica. Per quanto
provasse, non ebbe fortuna invece nel calmare King. Si era
nuovamente innervosito per gli spari. Soltanto Nadia,
lamica di sempre, riuscì a tranquillizzarlo e ad
allontanarlo dalla porta. Gli spari non cessavano, e persisteva
il pericolo che lei o lanimale fossero colpiti. Jean si
diede unocchiata attorno. Dal campo aveva potuto vedere ben
poco della struttura, e né per la verità vi si era interessato
molto. In quel momento gli stava a cuore soltanto uscire dalla
morsa degli inseguitori. Rimpiangeva amaramente, adesso, di non
aver considerato in quale trappola si era andato a cacciare. Non
cerano uscite posteriori, le finestre erano poste molto in
alto, dove anche Nadia, nonostante le sue innate capacità di
acrobata, avrebbe fatto fatica ad arrivare. Inoltre più che
finestre erano scarne aperture, larghe forse quanto il torace di
un bambino. Con buona probabilità servivano soltanto a far
prendere aria alle bestie che vi erano lasciate a riposare per
brevi periodi. Di aperture più in basso, nessuna traccia. Nulla
da utilizzare come arma, bastoni, zappe o falcetti. E comunque
anche questi sarebbero stati ben poca cosa contro le armi da
fuoco dei loro nemici. Jean compì uno sforzo per trovare una via
di fuga. Ma non cera tempo per pensare. La porta non
avrebbe retto per molto. Serviva unidea, e serviva subito.
Nadia. Vedi quella finestra lassù? È molto stretta, ma tu
sei magra e dovresti passarci. Pensa a salvarti tu, per prima
cosa. Io e King troveremo un altro sistema.
Non se ne parla affatto! Io non ti lascio qui. Ti faresti
ammazzare. E trascineresti con te anche King. Poverino, che ha
fatto lui di male?
Ti pareva
mai una volta che non anteponesse il suo
adorato King a me. Ma se almeno fosse stato una talpa, ci sarebbe
stato utile. Avrebbe scavato un condotto per portarci fuori di
qui.
Poi il colpo di genio! Era unidea disperata, assurda, ma
lunica che poteva mettere in pratica nei pochi minuti di
tregua concessi.
Nadia! Ho trovato! Possiamo andarcene!
E come?
Jean corse lungo tutto il lato posteriore della baracca, cercando
un punto più debole nella parete.
Ecco. Porta qui King.
Cosa dovrebbe fare? Guarda che se davvero pensi che possa
scavare un passaggio sotto terra, sei fuori strada!
Non gli chiedo tanto. Jean tolse un mucchietto di
terra dalla base di una delle assi a livello del pavimento in
terra battuta. Essa aveva i bordi parecchio usurati, quasi
tondeggianti, e dava laspetto di essere macilenta.
Deve solo scavare qui, in questo preciso punto. Deve fare
un buco, soltanto un buco.
Nadia compì la solita magia di dare ordini al leone, che senza
battere ciglio si mise a raspare il suolo. Si mostrava impacciato
come un gatto alle prese con un gomitolo di lana troppo grosso.
Smuoveva la terra tanto lentamente che a Jean pareva che il tempo
si fermasse ogni volta che la zampa toccava il suolo.
Dai, King, fai in fretta!
Intanto gli uomini allesterno davano segni di impazienza. I
colpi perforavano la porta esattamente ad altezza uomo. La paura
che le loro prede riuscissero a scappare era più forte
dellordine di non ferire Nadia. Uno dei cardini si piegò
paurosamente, prima di saltar via e di finire a terra con un
tintinnio metallico. La polvere cadeva dalle assi a cui era
fissata la porta come pioggia fitta. Restava pochissimo tempo.
Jean, può bastare così?
Fu una liberazione per lui constatare che King aveva assolto
appieno al suo compito. Ora toccava a lui la parte più delicata.
Si accoccolò a terra, puntellandosi con i piedi ai lati della
tavola la cui base avevano portato allo scoperto. La afferrò dal
basso e la tirò a sé con tutta la forza che aveva nelle
braccia. Aveva scelto proprio quella perché gli era sembrata la
più malridotta, e di conseguenza la più facile da staccare. Non
ci volle molto perché maledisse la cura con cui era stata
fissata alle altre.
I muscoli erano in tensione fino allultima fibra. Temeva
che potessero spezzarsi da un momento allaltro, ma non
aveva altra scelta. O meglio, laltra a sua disposizione
erano le pallottole, che fischiavano sempre più vicine. Jean fu
sbalzato allindietro quando la tavola emise il suo canto
del cigno e si staccò. Egli poté apprezzare lesito dei
suoi sforzi solo dopo essersi rimesso in piedi dalla violenta
capriola, la fine indecorosa delle sue fatiche. Nadia fu la prima
a uscire. Non ebbe alcun problema nellattraversare lo
spazio liberato, che rimaneva comunque assai angusto. La seguì
Jean. Arrivato allaltezza dello stomaco rimase quasi
incastrato. Nadia, tirandolo dallesterno per le braccia,
ebbe la meglio contro i fianchetti dellamico.
King, esci, forza!
Il leone per quanto si acquattasse a terra restava troppo grande
per lo squadrato buco, così riprese a grattare il terreno. Jean
contava i secondi preziosi che stavano perdendo. Ognuno di essi
poteva essere quello in cui i cacciatori sarebbero entrati e
avrebbero fatto piazza pulita.
E voi chi siete? Cosa ci fate davanti al mio deposito?
Questa è proprietà privata! Andatevene subito! fu una
voce estranea a richiamare lattenzione dei fuggitivi. Non
poteva essere altri che il proprietario del capannone, di certo
furioso per trovarsi una squadra di uomini armati in mezzo ai
suoi campi. Uno sparo pose fine a tutto. Il tonfo del corpo che
si accasciava a terra arrivò perfettamente alle orecchie di
Nadia, che strillò di dolore.
Bastardi! Siete degli assassini!
Gli uomini allesterno intuirono subito la debolezza di
Nadia, e cercarono di sfruttarla a loro vantaggio.
Se ci costringerai ad entrare, ricorda che anche i tuoi
amici faranno la stessa fine.
Nadia guardò sgomenta Jean. La tranquillizzò stringendole forte
la mano.
Non preoccuparti. Noi saremo già scappati, per quando loro
riusciranno a entrare.
Nadia ricevette anche una leccata da King, che nel giro di pochi
attimi si era ricavato uno spazio più grande in cui passare.
Alle spalle della baracca il livello del terreno si alzava, fino
a formare una collinetta. Lunica cosa saggia da fare era
quella di continuare a scappare, così si inerpicarono lungo il
pendio. Il rumore della porta che si schiantava, dando via libera
agli aggressori, arrivò loro quando avevano raggiunto la cima
della collina. Lo smacco per essere stati giocati bruciava più
del fuoco. Quello che dal carisma doveva essere il comandante del
gruppetto, ordinò di cercare i ragazzi sotto ogni balla di
fieno. Se non li avessero trovati, minacciava, li aspettava il
plotone desecuzione.
I nostri amici continuano ad essere buoni di cuore. Non
sono cambiati di una virgola, a distanza di tanto tempo.
Commentò sarcasticamente Jean.
Sbrighiamoci, non tarderanno a scovare il buco nella
parete. Non abbiamo un istante da perdere, forza! Nadia lo
trascinò giù dalla china. Alla base del piccolo rilievo si
distendeva un fiumiciattolo, uno dei canali artificiali usati per
irrigare le coltivazioni della zona. Lo saltarono a piè pari:
sapevano che, capo a cinque minuti, si sarebbero trovati di nuovo
sotto il fuoco nemico. Proprio mentre stavano correndo alla
disperata, però, udirono una serie impressionante di colpi
proveniente dallaltra parte del colle appena varcato.
Nessuno dei due ragazzi, né tantomeno King che odiava le armi da
fuoco, si fermò a controllare. La mole del fuoco era
considerevolmente aumentata, anzi pareva essere raddoppiata. Roba
da solleticare la fervida curiosità di Jean, insomma. Egli un
pensierino a tornare indietro, con la dovuta circospezione, lo
fece; Nadia ebbe il merito di riportarlo a più miti consigli,
affondando le unghie nel braccio del ragazzo. Attraversarono
correndo un intero campo di tabacco. Si ritrovarono quasi senza
rendersene conto in mezzo ad una strana struttura, di cui
intuirono la funzione solo quando vi si trovarono dentro. Era una
specie di grosso deposito dove le foglie del tabacco venivano
messe a seccare. Laria era infatti impregnata del pungente
odore della pianta, le cui foglie, diventate mollicce e scure,
penzolavano da decine e decine di tronchi di legno intersecati
tra di loro. La furia del combattimento, come misteriosamente si
era manifestata, in tale maniera cessò. Al frastuono delle armi
si sostituì la placida atmosfera della campagna, rotta appena
dallo stridente verso di un uccello lontano. Jean, Nadia e King
si erano mimetizzati in mezzo alle puzzolenti foglie, aspettando
di vedere qualche movimento, di scoprire cosa era successo.
Dovettero resistere ad una snervante attesa, che durò pochi
minuti; per loro si trattava di anni interi, vissuti con il cuore
a mille e le gambe di gelatina. Dopo questinferno di
immobilità comparve sulla punta della collina una figura esile,
che imbracciava con la mano destra un grosso fucile. Non aveva il
cappuccio, quindi a meno che uno degli uomini di Argo avesse
ceduto al fastidio dello scomodo copricapo in battaglia,
cosa che, nellultima volta in cui li avevano incontrati,
non era mai successa quello lassù non faceva parte del
loro gruppo. Molto probabilmente, anzi, si trattava di un altro
sulle tracce di Nadia e della sua pietra. A Jean parve di
conoscere la singolare risata che si espandeva dalla direzione
dello sconosciuto. Ad ogni modo non aveva tempo di mettersi a
riflettere su una sciocchezza simile. Appena la figura si
ritrasse oltre la cima della collina, egli assieme a Nadia e King
si lanciò di nuovo alla fuga. Verso quale salvezza, questo non
lo sapeva nemmeno lui.
Marciavano senza riposo nello sterminato campo di tabacco da ore.
Il passare del tempo era scandito soltanto dal lento volo del
sole nel cielo. La mattina aveva lasciato gradualmente il posto
al pomeriggio. Lorizzonte, limpido al mattino, era
diventato plumbeo. Il vento soffiava maligno alle spalle dei
ragazzi, facendo penetrare nelle ossa lumidità, terribile
souvenir dellInghilterra. Le nubi si ingrossavano
progressivamente, promettendo acqua in quantità industriali. Per
Jean e Nadia si affacciava una nuova difficoltà, in previsione
della notte. King era quello che soffriva di più la maggiore
umidità del clima: tre anni di permanenza in terra inglese non
gli erano bastati per dimenticare la sua Africa e il calore che
lì vi si respirava. Il ruggito che allimprovviso attirò
lattenzione di Nadia non era frutto della capace ugola del
suo leone, ma dellancor più imponente stomaco di Jean, che
protestava rumorosamente.
Accidenti
se solo non avessi lasciato lo zaino con le
provviste nel capannone
E inutile pensarci, ora. Sarebbe da pazzi tornare
indietro per due pezzi di pane. Oltretutto sbaglio o cera
rimasto ben poco da mangiare, nel tuo zaino?
Jean non rispose. La rabbia contro se stesso, per averlo
dimenticato nella concitata situazione di poco prima, era troppo
forte. O forse era la fame a pietrificargli la lingua.
Jean, mi deludi. Non ricordi di quando facemmo naufragio
sullisola deserta, tempo fa? Cera ben poco da
mangiare, ma ci adattammo, e non mi pare che tu abbia fatto tante
storie.
Che vuoi che ti dica, mi sarò abituato alla cucina di mia
zia. È un po pesante, però
Parli dei suoi piatti?
No no. Mi riferisco a lei.
Sei sempre stato un maschilista. Non mi pento di non aver
accettato la tua proposta.
In Francia ti saresti trovata senzaltro meglio di
qui. Avresti avuto un lavoro e un alloggio migliore. E me
al tuo fianco. Ma questa considerazione non arrivò neppure in
gola. Rimase nel cuore.
Sempre meglio abitare in un appartamento e fare
lapprendista al giornale piuttosto che dividere una casa
spaziosa con un ragazzo che mi critica di continuo.
Quando mai io ti critico?
Lo fai sempre. Il momento peggiore è a tavola. Se avessi
scelto di venire a stare da te, mi avresti fatto ingollare a
forza la carne.
Fa bene, e lo sai anche tu.
Ma come puoi pensare che io mangi le carcasse di poveri
animali massacrati? Sei senza cuore, Jean! Nadia tornò a
dare attenzioni soltanto a King, lunico essere
nelluniverso che lappoggiava qualsiasi cosa dicesse.
Sei solo una ragazzina petulante e isterica.
Nadia lo fulminò con gli occhi. Ecco cosa aveva in comune con il
suo amico leone. Lo stesso sguardo mordace da predatore affamato.
Quegli occhi avevano la capacità di passare dal verde acqua di
uno specchio di laguna tropicale a quello smeraldino delle
scaglie di un mamba velenoso.
Che cosa hai detto?
Perché, vuoi negarlo?
Nadia stringeva i pugni, in completa preda dellira. Avrebbe
voluto riempirlo di schiaffi, strozzarlo, staccargli le dita una
a una. Invece gli voltò le spalle, e procedette impettita in
avanti, solcando le basse piante odorose come una fiera nave
nelloceano.
E ora dove vai?
Non ti riguarda.
Non fare la bambina, adesso. Non ci possiamo permettere di
fare stupidaggini.
Lo vedi? Non posso fare nulla che subito arriva la tua
frecciata. La ragazza camminava in avanti, senza
interessarsi a Jean che quasi le correva dietro. Davanti a loro
piombò letteralmente, non vista, una casa solitaria, che si
ergeva come un fungo nel mezzo della zona altrimenti piatta. La
futile disputa li aveva assorbiti al punto che nemmeno si erano
accorti di dove stavano andando.
Io vado a chiedere se hanno del cibo.
Ma sei matta? Secondo te darebbero qualcosa da mangiare a
una sconosciuta?
Non ti ho chiesto di venire. Io e King andiamo a chiedere.
Tu, fai quello che ti pare.
Accidenti al tuo brutto carattere! Avrebbe voluto, e magari
dovuto urlarglielo in faccia, ma lesperienza gli aveva
insegnato che se Nadia si arrabbiava oltre un certo limite,
diventava davvero pericolosa. Quindi, meglio star zitti e
ingoiare il rospo. La dimora dei contadini del posto era solo di
poco migliore della baracca in cui erano stati assediati: la
palizzata attorno a essa si manteneva in piedi per miracolo, e
quelle stesse sparute travi che resistevano erano divorate
dallacqua e dalle formiche. Le pareti della casa se non
altro non avevano buchi: per il resto, erano del tutto sghembe e
il tetto era inclinato su un lato. Lo scalino su cui Nadia
poggiò timidamente il piede diede vita a uno scricchiolio
sinistro: se faceva fatica a reggere il suo fisico atletico,
senza ombra di dubbio si sarebbe sfondato al passaggio di Jean,
che preferì aspettarla fuori. La porta non era chiusa, ma
lasciata aperta di uno spiraglio. Nadia la aprì, chiamando i
proprietari. Ma non si fece vivo nessuno. Il mobilio era penoso,
come tutto il resto, appena quattro tavole inchiodate assieme.
Jean, entra anche tu. Non cè nessuno in casa.
Jean appoggiandosi alla schiena di King saltò direttamente sul
pianale al di sopra dello scalino traballante. Non volle
rischiare la fortuna. Daccordo che al massimo si sarebbe
potuto slogare una caviglia; ma con gli uomini di Argo alle
calcagna un infortunio del genere sarebbe stato unautentica
catastrofe. Entrò anchegli, ma si congelò allurlo
di Nadia. Dopo un attimo di smarrimento, scattò nella stanza
contigua, dove ella si era diretta. Era in piedi, tremante. Si
copriva la bocca con le mani, per non dare sfogo ai singhiozzi.
Le lacrime, invece, scorrevano senza freni sulle sue guance. A
terra, il motivo della sua disperazione. Nella casa cera
qualcuno. I corpi senza vita di un uomo e di una donna, giacevano
a terra in un lago di sangue, uno accanto allaltra.
Entrambi erano riversi a pancia in giù; sulle loro schiene, i
fori di numerosi colpi di arma da fuoco.
Senza accorgersene, Nadia aveva posto il piede nella pozza:
inorridita, lo ritrasse, disegnando sul pavimento una fine lingua
rossa.
Jean
Mio Dio
che massacro.
Chi può aver fatto unatrocità simile?
Gli uomini di Argo, chi altri? Non si sono fatti scrupoli a
ucciderli. Alle parole miste a pianto di Nadia, si
mescolava la lucida analisi di quelle di Jean.
Perché lo hanno fatto?
Jean passò attorno ai due cadaveri, per esaminare gli scaffale
che davano laria di essere adibiti a dispensa. Era rimasto
però ben poco, qualche forma di formaggio striata da linee di
muffa verdognola, e alcuni sacchi di ceci, squarciati con un
coltello.
Cercavano provviste. Evidentemente non si erano portati
cibo a sufficienza, così hanno provveduto a prenderlo sul
posto.
Bestie. Bestie senza cuore!
Già. Jean avrebbe voluto provare a dire tante cose
per consolare Nadia, qualcosa di intelligente o di toccante; ma
gli uscì il più misero dei commenti. Ad ogni modo si diede
unocchiata attorno, allo scopo di trovare qualcosa di utile
lasciata dai barbari passati prima di loro. La sua ricerca diede
pochi e scadenti frutti: due coltelli, un pentolino, una pietra
focaia.
Se non altro con questi potremo mettere qualcosa nello
stomaco, più tardi.
Eh? Nadia non aveva pace per lempietà che
aveva davanti agli occhi. Jean prese il più piccolo dei
sacchetti di ceci, uno dei pochi non aperti a metà.
Ci prenderemo un po di ceci, giusto per mangiare
qualcosa, così da avere le sufficienti forze per raggiungere
labitato più vicino.
Dio mio, Jean! Qui sono morte due persone innocenti, i loro
corpi sono ancora sul pavimento, e tu pensi unicamente al
cibo?
Nadia, credi che a loro potrà servire un chilo di ceci?
Non sarebbe meglio se lo prendessimo noi? O preferisci che se ne
facciano uso altri del gruppo dei loro assassini?
Sì. Hai ragione tu, scusami. Sono
sono così
sconvolta
Non preoccuparti. È più che naturale che tu reagisca
così. Ora però andiamo via. Non è prudente rimanere troppo
nello stesso posto, a meno che non sia strettamente
necessario.
Nadia si decise a muoversi. Passò davanti a una delle piccole
finestre della dimora, quando qualcosa attrasse la sua
attenzione. Fu un granello di sabbia che stuzzicò la coda
dellocchio, inducendola a girarsi. Il suo sguardo finì
sulla distesa delle coltivazioni che avevano affannosamente
attraversato. Non cerano piante particolarmente alte tra le
quali nascondersi, così Nadia vide subito il piccolo gruppo che
si stava avvicinando con rapidità.
Jean, vieni, presto!
Cosa cè ora?
Guarda! Anche Jean distinse le sagome che
guadagnavano metri su metri. La distanza a cui si trovavano non
permetteva loro di distinguerle, ma non era tale da essere al
sicuro da un prossimo attacco.
Chi sono? Ancora gli uomini di Argo?
Non so rispose balbettante Nadia, da qui è
impossibile dirlo.
Jean e Nadia si erano nascosti ai lati della finestra, sperando
di non essere stati scorti. Jean lasciò passare una manciata di
secondi, durante i quali supponeva che si sarebbero avvicinati,
così da poter essere riconosciuti. Tirò un gran sospiro prima
di affacciarsi di nuovo. Rimase a bocca aperta quando non vide
anima viva, lungo tutta la superficie visibile.
Nadia, non ci sono più.
Cosa?
Ci avranno visti, e ora si staranno movendo nascosti
chissà dove. Questo testimonia che la loro non è una visita di
piacere. La presenza dei cadaveri degli ex-proprietari
riempiva la casa: il pensiero di finire come loro montava nelle
teste dei ragazzi come la furia di un cavallo selvaggio.
Dobbiamo uscire di qui.
Jean, non possiamo continuare a fuggire in eterno. Se non
facciamo qualcosa prima o poi ci prenderanno!
Non possiamo fare altro, per ora. Una volta in città,
vedremo il da farsi. Se ci arriveremo. Fu la ovvia
continuazione della frase che venne in mente ad entrambi. Nessuno
dei due però la pronunciò. Erano già abbastanza nei guai così
senza dover aggiungere una generosa manciata di pessimismo. Jean
raccolse quanto aveva scovato di utile in poco meno di un minuto;
dopodiché si posizionarono dietro luscio. Nadia era
posizionata tra Jean e King. Una cautela in più per proteggerla,
in mancanza di meglio.
Nadia, ascolta. Fà sfondare la porta a King, così che noi
due possiamo scappare.
Verso dove?
Per il momento non conta. Pensiamo innanzitutto a evitare i
proiettili, va bene?
Ma ci troviamo in campo aperto. Non cè nulla che
possa fare da ostacolo.
Ricorda che quegli uomini hanno preciso ordine di non fare
fuoco su di te. Se ti manterrai King vicino, scommetto che per
prudenza non colpiranno nemmeno lui.
Ma tu
Non perdiamo altro tempo, dì a King di aprirci la
strada. Allincitamento di Nadia il bestione schiantò
la porta con una possente testata. La via sembrava sgombra di
pericoli. Jean e Nadia saltarono giù contemporaneamente evitando
lo scalino malfidato. La ragazza si lanciò in avanti con la sua
tipica andatura da gazzella; non percorse che poche decine di
metri prima di accorgersi che Jean non la stava seguendo. Era
schiacciato a terra da un uomo con il viso nascosto da un pezzo
di flanella nera. Altri quattro sembravano indecisi su cosa fare,
se inseguirla o spararle. Non davano laspetto di essere
degli emissari di Argo: avevano sì il volto coperto, ma non
dalla caratteristica maschera bianca con due righe nere sotto i
buchi per gli occhi. Erano tutti in tuta mimetica. Il loro
abbigliamento avrebbe consentito di passare inosservati
sfruttando anche dei ridotti anfratti. Questo però non era
sufficiente a spiegare come fossero spariti allimprovviso,
e come avessero fatto a ricomparire tanto rapidamente sul lato
opposto della casa.
Nadia, che diavolo stai facendo? Scappa, presto! Jean
urlava sotto il peso delluomo apparentemente più
corpulento dello squadrone. Costui non aveva previsto una sua
reazione violenta, così si affrettò a bloccargli le braccia
dietro le spalle e cingergli i polsi con un paio di manette.
Và via! Questa volta Jean ebbe successo: Nadia si
riscosse dallo spavento e si voltò per proseguire la sua fuga.
Più tardi avrebbe considerato il modo per liberare Jean. Uno
sparo impregnò laria. Nadia si arrestò allistante.
Si voltò lentamente. Uno degli sconosciuti aveva sparato un
colpo di avvertimento in aria. La bocca di grosso calibro del
fucile stava ancora fumando.
Principessa Nadia, si fermi. Nadia sobbalzò. Era da
una vita che non si sentiva chiamare così. Tristemente, gli
ultimi a rivolgerle questepiteto erano stati Argo e i suoi
sottoposti. Le aveva parlato il più magro della squadra; era
tuttavia colui che dava gli ordini al resto del gruppo. Sembrava
strano che un corpicino minuto come quello possedesse tanto
carisma al suo interno.
Non abbiamo intenzione di farle del male, principessa. Né
a lei né ai suoi amici. Siamo però costretti a chiedervi di
seguirci.
E se rifiutassimo? King fremeva dal desiderio di
poter addentare unaltra succosa gamba di attentatore. Nadia
volle invece tenerlo a bada: i fucili erano tutti puntati nella
sua direzione, e i muscoli delluomo che immobilizzava a
terra Jean potevano competere con la forza esplosiva
dellanimale.
In tal caso saremmo costretti a portarvi con noi,
ugualmente. Con la forza, se fosse necessario.
Nadia si avviò mansueta tra le braccia dei suoi inseguitori. Il
tipo che era saltato sulla schiena di Jean, una volta in piedi,
si dimostrò essere una vera montagna di carne. Manteneva il
ragazzo sotto controllo con una sola mano, serrandogli le sue in
una morsa dacciaio. Lasciò cadere laltra sulla
spalla di Nadia, pesante e minacciosa. Il piccolo capo si mostrò
soddisfatto dellesito della missione. Tirò fuori una
scatolina di metallo da una sacca della sua tuta, che si aprì
con uno scatto argentino.
Comando? Gli obiettivi sono in mano nostra. Iniziamo la
procedura di rientro.
King si rifiutava ostinatamente di seguire il resto del gruppo.
Ringhiava contro chiunque gli intimasse di andar loro dietro. Fu
necessario il solito intervento di Nadia per ridurlo
allobbedienza.
La marcia snodata attraverso i campi proseguiva in un assoluto
silenzio. Gli uomini avanzavano in formazione a stella; due in
coda, per coprire le spalle, due ai lati e il capo in testa. Al
centro, il bestione che teneva in custodia i tre prigionieri. Il
loro modo di agire, così meticolosamente preciso, non lasciava
altri dubbi: non erano al servizio di Argo.
Volete dirci chi siete? Dove ci state portando? la
curiosità di Jean poteva metterlo seriamente in pericolo; per
fortuna ricevette solo una brusca risposta, al posto di una ben
più consistente raffica di proiettili.
Non siamo autorizzati a dirti nulla, Jean.
Jean. Jean! Come fanno a conoscere il mio nome? E del passato di
Nadia? Cosa vuole da lei questa gente, e per chi lavorano? Tutte
domande senza risposta, che tormentavano Jean quasi più delle
attenzioni del gigante che lo bloccava. Ora come ora non poteva
fare altro che lasciarsi trasportare dalla corrente, sperando che
il fiume non sfociasse in una mortale cascata.
Erano occorse due ore di cammino per giungere al mezzo degli
assalitori. Era un tipo di automobile insolito; laltezza
del pianale dal terreno era molto superiore al normale. Oltre al
posto di guida, davanti, poteva stipare solo un altro passeggero.
Tutti gli altri dovevano accomodarsi nel retro: questo era
coperto da un telone di plastica verde scura, spessa al tatto e
impermeabile. In esso erano state ricavate due feritoie,
invisibili allesterno. Si aprivano soltanto da dentro, e,
date le loro ridotte dimensioni, era difficile prendere aria da
esse. Jean, Nadia e King furono scaraventati senza complimenti
nellangusto abitacolo. Il puzzo di sudore e tabacco
sembrava avere una consistenza solida. Luomo che faceva
loro da carceriere indicò langolo in cui dovevano sedere e
possibilmente mantenersi tranquilli, se volevano evitare guai
maggiori. La parte tragica iniziò quando venne acceso il motore:
da quellistante nessuno nel retro del furgone poté avere
più pace. La strada non era che una semplice pista di campagna,
buona tuttal più per cavalli e asini da soma, non certo
per veicoli a motore. I fossi determinavano continui sobbalzi.
Jean e King furono i più colpiti dalloriginale tipo di
tortura: il ragazzo si sbiancava sempre di più a ogni chilometro
percorso, e il leone mugolava come se fosse stato lasciato senza
cibo per un mese intero.
Ma non cè unaltra strada? Nadia pativa
meno i violenti scossoni; chissà, magari ci teneva soltanto a
non farsi vedere debole davanti al nemico. Gli altri tre uomini
invece, restavano imperturbabili: per loro, era come scivolare su
un prato fiorito. Niente da fare, continuavano a mantenere un
ostinato silenzio. Le aperture ai due lati della tenda erano
chiuse; non poteva essere diversamente, purtroppo. Si rifiutavano
di rispondere alle domande più semplici, figuriamoci se
lasciavano ai ragazzi degli indizi su dove si stessero dirigendo.
Il viaggio continuava, e balzo dopo balzo King dava segno di
essersi abituato, o quantomeno di aver assunto un certo margine
di resistenza. Jean al contrario era sempre peggio. Pensava che
se non si fossero fermati subito non sarebbe mai arrivato a
destinazione. Anche il suo controllore notò che la situazione
era in rapido peggioramento. Aprì un altro piccolo squarcio, che
permetteva di comunicare con coloro che sedevano davanti, e
parlò mostrando un velo di preoccupazione. Era la prima emozione
che Nadia notava in uno dei suoi inseguitori.
Capo, il ragazzo si sta sentendo male. Credo che tra poco
ci affogherà nel suo vomito, se non facciamo qualcosa.
Jean udì di nuovo quella risata. Una serie di singulti che si
accavallavano uno sullaltro. Aveva un che di infantile. E
soprattutto, laveva già sentita da qualche parte, ma non
ricordava dove. Il dolore allo stomaco era diventato lancinante.
Non riusciva a pensare a nullaltro che al ciclone che gli
stava sconquassando le viscere.
Dagli una di queste. Cerchiamo di non farlo crepare ancora.
Può esserci utile, se mette la testa a posto. Dalla
finestrella una mano guantata di nero lasciò scivolare dalle
dita sottili, quasi femminee, un riquadro di plastica bianca.
Jean vide che da esso luomo in mimetica davanti a lui
estraeva una compressa tonda. Gli aprì a forza la mano,
sbattendo la pillola sul palmo. Il ragazzo rimase incerto sul da
farsi, fissando il puntino bianco con unaria da stupido.
Se non ti fidi, ragazzo, puoi stare lì col tuo mal di
stomaco. Soltanto, quando stai per vomitare, cerca di farlo
nellangolo. Non vogliamo che la tua colazione di stamane si
spanda dappertutto.
Jean cercò gli occhi di Nadia, come per ottenere da lei
lapprovazione. Ella fece un cenno dassenso col capo.
Jean buttò giù la pillola senza pensare. Fu sollevato quando,
dopo una decina di minuti, avvertì i primi miglioramenti.
Incominciò a vedere i suoi carcerieri con occhio più benevolo.
Bastavano particolari del genere per assicurarsi la sua stima.
Vi ringrazio. Mi sento molto meglio, ora.
Non ringraziarmi. Ho solo eseguito un ordine.
Jean iniziava a nutrire dei dubbi sulle cattive intenzioni di
quegli uomini. È sempre stato il peggior difetto di Jean, quello
di fidarsi sempre delle persone. Nadia guardava di taglio il suo
amico: non era possibile che una medicina per far passare i
dolori alla pancia fosse sufficiente a comprarlo. Lapertura
si schiuse di nuovo; questa volta fu il capo della spedizione ad
avvertire gli altri.
Ragazzi, ci hanno trovato. Tenetevi pronti.
Istantaneamente tirarono fuori le loro armi da sotto le panche su
cui erano seduti, e scattarono in piedi. Si reggevano ad una
barra di ferro posta al margine del tettuccio del tendone. Il
bestione alto era costretto a mantenersi curvo.
Cosa sta succedendo? Jean, ripresosi dal malore,
riprendeva a porre domande che cadevano nel vuoto. Quelli che
parevano sempre più essere dei soldati se ne stavano immobili,
con le armi in pugno, attendendo chissà quale segnale. Proprio
quando Jean meno se laspettava, avvertì il primo sparo,
accompagnato dal rombo di un altro furgone. Cacciarono le bocche
delle mitragliatrici fuori dalla finestrella di destra, sparando
allimpazzata. Da fuori rispondevano colpo su colpo. I
proiettili rimbalzavano sul mezzo, svelando il rivestimento
corazzato celato dal telone. Il guaio era che arrivava al livello
delle aperture, quindi dal collo in su erano vulnerabili. Jean e
Nadia ricevettero un nuovo ordine di rannicchiarsi il più
possibile nellangolo. I due ragazzi, assieme al leone, si
strinsero luno allaltra senza fare storie. Per la
prima volta dopo tanto tempo, Nadia agì secondo un antico
riflesso: si portò le mani al petto, cercando la sua pietra. Era
questa che le dava coraggio e protezione nei momenti in cui
rischiava la vita. Non trovandola, la assalì un senso di
angoscia e solitudine. Era lunico ricordo di sua madre, di
cui a stento riusciva a focalizzare il volto.
Markus! Accelera! Dobbiamo seminarli! Markus, che era
al volante, non se lo fece ripetere una seconda volta: mandò il
motore al massimo del regime, ma non servì a nulla. Per quanti
sforzi facesse, laltro furgone continuava a tallonarli.
Spara alle gomme! Falli sbandare!
Credi sia facile? È quello che sto provando a fare,
sapientone!
Attento! Si stanno avvicinando! Un tonfo troncò la
frase. Un uomo si era lanciato sul mezzo in corsa, e si era
aggrappato alle borchie del telo di copertura. Si muoveva con
difficoltà, come una lucertola che si arrampica sulla pietra su
cui assorbe il calore del sole del mattino.
Fà attenzione, è armato! fu Markus a mettere in
guardia gli altri occupanti.
Ci penso io. Il gigante caricò indietro il braccio,
per poi esplodere un pugno di inaudita potenza sul punto dove
credeva fosse la testa dellassalitore. Non lo prese in
pieno volto, ma leffetto fu ugualmente positivo.
Limpeto del colpo aprì uno squarcio, mettendo a nudo la
protezione antiproiettile.
Tobias, sei un imbecille! Ci hai scoperti al fuoco
nemico! fu il capo a rimproverare aspramente il
protettore di Jean e Nadia. In effetti, col pugno
aveva creato un buco, ma questo era nella zona già esclusa dalla
salvifica azione dei lastroni di metallo.
Daccordo, ci penso io. Il capo del gruppo si
spostò a fatica sullaltro lato del veicolo. Imbracciava un
lungo fucile, unarma di precisione balistica. Con la canna
spinse Markus a ridosso del volante, finché non ci rimase
attaccato. Fu visibile attraverso la finestrella per un attimo:
Jean e Nadia buttarono prontamente locchio, ma non ebbero i
risultati sperati. Indossava ancora la maschera nera. Lorlo
si era però rivoltato, così da lasciare scoperto il collo.
Nulla di importante, a parte la sua pronunciata magrezza e la
pelle scura, di una tonalità prossima al marrone.
Capo, cosa vuoi fare?
Mi libero di questi scocciatori. Non cera tempo
per abbassare il finestrino, così lo ruppe con un paio di colpi
ben assestati della punta dellarma. Si allungò per puntare
il suo obiettivo. Sebbene il suo volto non fosse visibile, la sua
tensione si percepiva chiaramente. Gli scossoni del mezzo, che
durante lattacco non erano certo terminati, non incrinavano
la sua concentrazione. Vedeva solo il preciso punto dove
indirizzare il colpo. Senza preavviso, lindice ossuto si
chiuse attorno al grilletto. Una frazione di secondo più tardi,
lo scoppio di una ruota. Il veicolo degli assalitori cominciò a
sbandare paurosamente, privo di controllo. Lo pneumatico
anteriore di destra era ridotto a brandelli. Il pilota mantenne
il controllo del veicolo per un altro breve tratto, prima che una
buca ponesse termine alla corsa. La vettura schizzò verso
sinistra, per poi ribaltarsi in una nuvola di polvere. Markus
portò lontano il furgone, fuori dal tiro nemico.
Non abbassate la guardia. Non ci metteranno molto a
cambiare la ruota. Dobbiamo riuscire a raggiungere il mare prima
possibile.
Il mare? Perché, cè forse una barca che ci
aspetta? ormai Jean pensava a voce alta. Nessuno lo
considerava più di una zanzara fastidiosa. La serie infinita di
scossoni che aveva caratterizzato la marcia del veicolo finora
trovò requie: Markus uscì dal viottolo di campagna per
immettersi in una strada più o meno livellata. I cartelli che
scorrevano veloci ai margini della carreggiata indicavano la
località di Chalmsford: un paesino di poche migliaia di anime,
situato in prossimità della costa.
I chilometri interposti tra le campagne della periferia londinese
e le sponde del mare del Nord scivolavano uno dietro
laltro, nellatmosfera silenziosa, quasi congelata,
del furgone. Tutti mantenevano un rigoroso mutismo. Non
accennavano a rilassare uno solo dei loro nervi. Le mani
stringevano forte le armi fino a far penetrare il metallo nelle
dita. Tenevano ben alta la guardia.
Il paesaggio circostante lentamente mutò: dai campi
dallaria immutabile si passò ad una zona ben più ventosa.
La brezza che si incuneava nei capelli portava con sé
lodore del mare. Nadia avrebbe voluto mettere la testa
fuori, nella speranza di intravedere la striscia azzurra in
lontananza, sullorizzonte. Nemmeno lo chiese: degli uomini
che costringevano due ragazzi a stare zitti e muti in un angolo
per ore certo non avrebbero fatto uno strappo alla regola per un
desiderio infantile. Oltretutto, erano stati rapiti da questi
misteriosi personaggi, cosa di sicuro non secondaria
Allesterno non aveva notato una sola persona
dallinizio del viaggio; era improbabile che fosse frutto di
una coincidenza. Più facile pensare che le strade su cui
transitare fossero state accuratamente scelte in precedenza, in
base al loro essere frequentate o meno. Le precauzioni assunte in
quegli ultimi chilometri erano sembrate unesagerazione. Non
cerano stati più attacchi, e degli uomini di Argo nemmeno
lombra.
Capo, cè qualcosa sulla strada. Cosa può
essere? il pilota si mostrò preoccupato, distinguendo sul
fondo stradale un ostacolo, di cui per il momento non capiva la
natura.
Rallenta. Avviciniamoci piano.
Finalmente Jean non pose domande stupide, come in precedenza.
Prefigurando un nuovo pericolo, si limitò a stringere a sé
Nadia. Ella però non gradì leccessiva confidenza del
ragazzo, anche se a fin di bene, e lo allontanò con vigore. Il
veicolo decelerò fino a fermarsi. A fondo strada, un vero e
proprio posto di blocco: due tronchi dalbero col diametro
di una botte erano stati incrociati tra loro. Ai lati, del filo
spinato, e immediatamente davanti cerano sparsi dei chiodi
a tre punte. Dai cespugli ai bordi della strada sbucarono
numerosi uomini, tutti armati. Indossavano i famigerati cappucci
neri a forma di cono e le maschere bianche dallespressione
triste. Andarono a formare una fila parallela al muso del
furgone. Le bocche dei fucili furono puntate contro di loro.
Sappiamo che avete con voi la ragazza. Consegnatecela
subito, altrimenti apriremo il fuoco! la voce altisonante
di un ufficiale arrivò ulteriormente amplificata da un megafono.
Come volevasi dimostrare. Hanno bloccato la strada,
ragazzi. Dobbiamo aggirarli.
Ma capo, come facciamo con lamico della
principessa?
Lui? Bè credo che detesti i tirapiedi di Argo più di noi.
Noi abbiamo bisogno di tutto laiuto disponibile, quindi se
vuole rendersi utile puoi anche togliergli le manette.
Jean era infatti il solo a portare quegli scomodi braccialetti.
Nadia era lostaggio prezioso, da mantenere integro e
infastidire il meno possibile. Chi le avesse messo le manette
avrebbe di certo passato un bruttissimo quarto dora.
Certo che posso. Jean porse i polsi in avanti sicuro
di sé. Luomo che gli aveva dato la pillola contro il mal
dauto fece scattare, con riluttanza, la serratura,
ridandogli luso delle mani.
Se non altro i simpaticoni là fuori avranno un bersaglio
in più a cui mirare, invece di puntare al mio culo.
Finiscila, e dagli questa.
Ma sei diventato matto? Vuoi dare una pistola a questo
francesino effeminato? era convinto che larma sarebbe
stata più sicura nelle mani di un bambino, piuttosto che in
quelle di Jean. Non era capace di resistere a un viaggetto in
campagna, figuriamoci di maneggiare come si deve una pistola.
È un ordine, Lantan.
Daccordo, daccordo. Sono solo curioso di vedere
quanto durerà, in mezzo ai proiettili. Luomo, di
nome Lantan, sbatté la pesante pistola nella mano aperta di
Jean.
In mezzo ai proiettili? Che cosa volete dire? Vi metterete
a sparare? Il pensiero che di lì a poco si sarebbe trovata
in mezzo ad una sparatoria la atterriva.
Forse si sarà accorta, signorina, che ci sono degli uomini
là fuori che, chissà perché, non vogliono farci passare.
Disgraziatamente stasera abbiamo un appuntamento, con una persona
a cui non piace per nulla aspettare.
Se avete finito di dire cazzate, possiamo procedere.
Tenetevi pronti a saltare giù quando ve lo dico. Si
disposero sul bordo del cassone senza porre obiezioni. Quel
minuscolo soldato, quando voleva, sapeva farsi obbedire come il
miglior Napoleone.
Markus, ora partì a tutta velocità. Dobbiamo sfondare la
barriera, innanzitutto. Mentre stava dando le necessarie
indicazioni al guidatore, gli uomini incappucciati sembravano
aver perso del tutto la pazienza.
Ora basta! Conterò fino al tre, poi spareremo!
Parti al suo tre, capito? Markus assentì. Il tipo
col megafono fece ricorso a tutta la sua voce per iniziare il
conteggio.
Uno! I ragazzi nel retro stavano per essere soffocati
dalla tensione. Il sudore scendeva freddo, dalla fronte fin giù
oltre gli zigomi. Si stringevano nelle spalle, cercando di dare
sfogo al nervosismo.
Due! Luomo seduto accanto a Markus concentrò
la sua attenzione sulla schiera di soldati, che disciplinatamente
si accosciarono e si apprestarono a fare fuoco.
Tre! Adesso! Il furgone si lanciò a
tutta velocità. Gli uomini, dopo avere sparato una decina di
colpi, peraltro con scarsa precisione, furono spiazzati dalla
manovra. I più scavalcarono la barricata con un salto; gli altri
raggiunsero un riparo ai margini della strada.
Saltate! Ora! la truppa nel furgone si buttò senza
esitazione. Gli uomini del gruppo rotolarono a terra, dando prova
di un addestramento fatto allo scopo. Per Nadia e King il fu
ugualmente facile: chi per un motivo, chi per un altro, avevano
acquisito unottima agilità. Il salto di Jean fu un vero
disastro. Oltre al pessimo stile, corse il serio rischio di farsi
male.
Jean! Tutto a posto?
Sì, non preoccuparti. Almeno lacrobazia era
servita a qualcosa: per una volta Nadia si interessava delle
condizioni dellamico prima di quelle del leone.
Nascondetevi nei cespugli, presto! la voce di Tobias
era ben più potente di quella del comandante mascherato;
compensava la mancanza di carisma con un timbro più marcato. Si
acquattarono tra i rovi, attendendo lesito dellazione
del capo. Il furgone si schiantò contro il blocco in un
frastuono di lamiere ululanti e di uomini terrorizzati. Le
schegge schizzarono via impazzite in tutte le direzioni, come
proiettili. In effetti, qualcuno degli uomini lì vicino fu
colpito. Le urla di dolore di questi ultimi si sommavano al
quadro di distruzione che era venuto creandosi.
Dio mio! Si sono uccisi!
Stà calmo. Tra poco saranno di ritorno tutti e due, sani e
salvi. A Tobias riusciva incredibilmente facile rassicurare
le persone; anche se Jean non poteva vedere il suo volto, non
sbagliava nellimmaginare stampato su di esso un sorriso
esteso da orecchio a orecchio. Il bestione conosceva bene il suo
superiore: passò a stento un minuto, dopo di che dai cespi
accanto a King sbucò Markus, preceduto dal solito intrepido
comandante.
Ci siamo tutti? Bene. Ora che abbiamo dato ai ragazzi un
giocattolo con cui passare il tempo, possiamo dileguarci.
Questo fu sufficiente al resto del gruppo per intuire cosa fare.
Quasi allunisono si spostarono da macchia a macchia, con
lintenzione di aggirare, per quanto possibile, il blocco
degli uomini di Argo. Nadia e King si accodarono loro, imitandone
i movimenti. Anche Jean si stava dirigendo assieme agli altri, ma
fu fermato dalla mano dellesile uomo, che era rimasto in
coda.
Jean, so che non sei un soldato. Non pretendo nulla da te,
soltanto che tu non ti faccia ammazzare. Quella pistola ti serve
solo per difesa, in caso di estrema necessità. Cerca solo di non
farti ammazzare, ok? Jean lo guardò pieno di riconoscenza;
in quel momento aveva capito una cosa importante.
Quelluomo, chiunque fosse, non era un nemico. Anzi, di
più: di lui si poteva fidare.
La spiaggia era distante poche centinaia di metri, ma
equivalevano a cento chilometri, con gli uomini di Argo a
sbarrare il passo. La strada dopo poco declinava, tracciando un
morbido declivio dove cresceva dellerba alta. Anche qualche
sparuto albero si prestava ad essere utilizzato come barriera per
difendersi dal tiro dei fucili. Il gruppo, in testa Lantan e
Tobias, e chiuso dal capo mascherato e da Jean volgeva proprio
verso questa macchia, sperando di non essere notati. La loro
azione era stata di certo fulminea, ma sulla strada erano
scoperti, e cera da pensare che qualcuno avesse visto le
persone che saltavano giù dal veicolo lanciato contro il posto
di blocco. A conferma di questa ipotesi vi fu la serie di grida
proveniente dal crocchio di uomini rimasti illesi in seguito
allattacco kamikaze.
Li ho visti scendere prima che ci venissero addosso!
Io ne ho visto uno poco fa nei cespugli, laggiù!
Guai a voi se ve li lasciate scappare!
I soldati di Argo ritrovarono in pochi attimi la presenza di
spirito. Iniziarono a perlustrare pianta per pianta la zona
circostante alla strada, proprio dove i ragazzi si erano
nascosti.
Dobbiamo escogitare qualcosa. Di questo passo ci troveranno
in men che non si dica. Il piccolo capo pensava ad alta
voce: lo faceva spesso nei momenti di maggior tensione, in uno
scontro.
Lantan! Copertura! Lantan si mise in ginocchio e
iniziò a sparare. Con due pistole, una in ciascuna mano. Da uno
sparo allaltro non cerano pause. Sviluppava un volume
di fuoco impensabile, da solo faceva più rumore di
unintera batteria.
Voi altri, non restatevene impalati! Seguitemi!
Si portò dalla coda alla testa del gruppetto, guidandoli
attraverso gli sterpi. Prima di arrivare alla discesa che avrebbe
portato alla spiaggia, cera ancora da percorrere metà del
tragitto. Correvano, e ciò inevitabilmente li rendeva dei facili
bersagli.
Stanno scappando! Sparate, presto!
Il fuoco della linea nemica cambiò in gran parte obiettivo: da
Lantan, che continuava a sparare senza posa, alle sagome che
fuggivano verso il mare. La mole di Tobias,